Si fa un gran parlare di fake news, di notizie contraffatte, falsificate. Poco si dice dei fake data, ovvero dei dati altrettanto falsificati e ancor più nocivi quando si tratta di informazioni economiche. Vedi il caso Cina.

Per anni si è avuto un “ragionevole” sospetto che i rapporti economici ufficiali cinesi fossero molto “ufficiali” nel senso che fossero il prodotto di un ufficio incaricato alla loro confezione. Difficile altrimenti spiegare come sia stato possibile negli ultimi dieci anni avere una crescita annua del Pil esattamente del 7 per cento, come d’altronde previsto e programmato dai relativi Piani Quinquennali (in cinese中国五年计划 e in pinyinZhōngguó Wǔnián Jìhuà) debitamente approvati dall’Assemblea Nazionale del Popolo. Di certo nessun paese avanzato o emergente ha mai mostrato mostra un tasso di crescita dell’economia così stabile.

Dunque le statistiche ufficiali degli ultimi anni non hanno sempre raccontato la storia vera dell’economia cinese.

Il sospetto è diventato certezza nel dicembre del 2016 quando Ning Jizhe, direttore del Ufficio Statistico Nazionale, in un articolo pubblicato dal quotidiano cinese People’s Daily, ha ammesso che “qualche statistica locale è falsificata e di tanto intanto accadono frodi e raggiri”. Dichiarazione ovviamente accompagnata dall’impegno a punire severamente i manipolatori di dati. Pare però che poco sia stato fatto visto che nel gennaio dell’anno scorso la provincia di Liaoning, nel nordest del paese, ha dichiarato di avere falsificato i dati fiscali dal 2011 al 2014, garantendosi così il titolo di prima regione ad ammettere i propri misfatti. Da notare che nessuno si è preoccupato di pubblicare i dati corretti.

Giovedì 18 gennaio 2018 – brutto mese per gli statistici cinesi – le autorità di Baotou, città industriale della regione della Mongolia interna, hanno corretto di circa il 50 per cento le entrate fiscali 2017, revisione dovuta a “false voci” di bilancio. Pochi giorni prima, erano stati gli amministratori regionali ad affermare che i dati economici e fiscali 2016 erano a dir poco esagerati tagliando il dato sull’attività industriale 2016 del 40 per cento e riducendo quello fiscale del 26 per cento. Del perché e del percome non è dato di sapere.

Stessa figuraccia per gli amministratori di Tianjin, grande città portuale nel nord della Cina. In questo caso il Pil 2016 della cosiddetta “Tianjin’s Binhai New Area” – zona di sviluppo economico che doveva diventare la Manhattan cinese – deve essere ridotto di un terzo. Piccolo errore…

Una possibile spiegazione e giustificazione del fenomeno è legata alle modalità di valutazione dei responsabili dei governi locali: si fa carriera in funzione dei risultati delle rispettive economie per cui, secondo l’agenzia di stampa Nuova Cina: “Gonfiare il dato del Prodotto Interno Lordo (PIL) è diventata una malattia cronica”. Cifre truccate dunque? Gli economisti, sempre eleganti e diplomatici, preferiscono parlare di “aggiustamenti”.

A noi ce ne importa qualcosa? Ce ne importa e anche molto. La Cina sta diventando la prima economia mondiale. Se i dati che la riguardano sono distorti e alterati, le decisioni e i comportamenti di governi, istituzioni e imprese saranno altrettanto distorte e alterate. Esempio: chi si occupa di riscaldamento globale ha molto lodato la riduzione delle emissioni in Cina pensando che fossero conseguenza del miglioramento delle tecnologie di utilizzo del carbone a fronte della continua crescita della produzione industriale. Peccato che non sia così. Devono ricredersi e in modo pesante. Le emissioni più basse sono state conseguenza di una crisi del sistema di produzione. Hanno inquinato meno perché hanno prodotto meno, non perché hanno migliorato o ridotto l’uso del carbone. A proposito: la Mongolia interna di cui sopra è una delle regioni cinesi più dipendenti dal carbone.

Di certo Pechino considera il problema seriamente. Già nell’autunno 2016 l’agenzia Nuova Cina riportava le indicazioni del presidente Xi Jinping per migliorare la qualità dei dati economici e per punire chi imbroglia. L’Ufficio Nazionale di Statistica, in modo sempre crescente, raccoglie in prima persona i dati nelle provincie, senza più l’intermediazione delle autorità locali, riducendo il rischio di “aggiustamenti” non richiesti..

La Cina ha intrapreso, non solo a parole, uno sforzo notevole per migliorare prodotti, servizi, processi e anche la sua pubblica amministrazione. Il Presidente Xi Jinping ha dichiarato che la Cina è entrata in una “nuova era” dove viene premiata la crescita della qualità e non della quantità.

Intanto sono stati rilasciati i dati del Pil per il 2017. Il premier Li Keqiang ha sottolineato come il valore del 6,9 per cento registrato rappresenti una crescita rispetto al minimo degli ultimi 25 anni, ottenuto nel 2016, pari al 6,7 per cento. Poco male direte voi, cosa vuoi che siano 0,2 punti di crescita in più rispetto all’anno precedente, si è comunque perfettamente in linea con l’immagine di stabilità che la Cina vuol dare al mondo.

Peccato però che sia difficile crederci. Il periodo 2012 e 2016 è stato, anche per la Cina, un periodo di crisi, di forte rallentamento della crescita. L’aggiustamento dei dati statistici ha mascherato il tutto. Analisti occidentali, utilizzando metodologie alternative per il calcolo del Pil basate su indici di attività e sui consumi elettrici, hanno mostrato che la crescita nel 2015 è stata pari a circa il 4 per cento, quando il dato ufficiale del governo cinese parlava del 6,9 per cento. Non solo. La ripresa del 2017 è molto più forte di quanto si voglia fare apparire. Basta guardare all’esplosione degli acquisti di materie prime dall’estero per rendersi conto che deve essere di molto superiore al 7 per cento ufficiale. Non si ha a che fare con 0,2 punti di maggiore crescita, ma con più di tre. Una differenza drammatica perché la Cina è attore non solo principale dell’economia e del commercio mondiale, ma anche fondamentale. Le sue decisioni determinano i risultati delle grandi imprese internazionali. Basti pensare ai grandi gruppi del settore Lusso. La Cina guida la crescita di molti paesi emergenti, vedi le sue iniziativa in Africa e il progetto internazionale della Via della Seta, perché le sue importazioni determinano il valore delle materie prime e dunque la sostenibilità delle loro economie, la loro stabilità sociale e politica; la sua produzione industriale influenza la domanda e dunque il prezzo del petrolio e ce ne accorgiamo quando andiamo a fare il pieno.

Se la crescita attuale è realmente così forte, può essere un’indicazione del successo della transizione dell’economia cinese da economia basata sulle esportazioni a una che si fonda sui consumi interni.

Se ciò accade, cambia il mondo e la posta in gioco non è solo economica, ma anche squisitamente politica.