“Senti bello, tu va curcati (vai a dormire, ndr) che tipo hai 90 anni, comandiamo noi”. È una frase come questa che ha portato alla morte Paolo Schimizzi, il reggente della cosca Tegano scomparso nel 2008 a Reggio Calabria. La più classica delle lupare bianche legata al conflitto generazionale aperto all’interno della  ‘ndrangheta reggina. Uno scontro tra nuovi boss emergenti e “vecchi” custodi delle regole come Giovanni Tegano che, nel 2008, era ancora latitante.

Il giovane con la testa del boss – Schimizzi era nipote di Tegano, il figlio di sua sorella. Nonostante la giovane età (aveva 32 anni al momento della scomparsa), aveva già il carisma per guidare la cosca di Archi. E per questo motivo non gli bastava più limitarsi a rappresentare lo zio alle riunioni con gli altri “mammasantissima”. Con alcuni di loro si era anche imparentato. Era cognato, infatti, del boss Paolo Rosario De Stefano con in quale partecipò a un summit di ‘ndrangheta assieme a Pasquale Libri. Un incontro che la squadra mobile di Reggio riuscì anche a filmare: le foto dei rappresentanti delle tre famiglie mafiose finirono nelle carte del processo “Testamento”. Schimizzi voleva il potere e lo voleva senza darne conto a nessuno. Voleva le redini della sua famiglia ma lo zio non era disposto a farsi da parte nonostante fosse latitante (adesso invece è finito all’ergastolo).

Il pentito Gennaro: “Stile Renzi, Paolo voleva rottamare gli anziani”-  A raccontarlo è Mario Gennaro, nell’ambiente conosciuto con il soprannome di “Mariolino”. Con un passato da rapinatore, negli anni ha scalato la gerarchia della famiglia di Archi tanto da diventare l’uomo d’affari inviato dalla cosca Tegano a Malta per gestire il business del gioco online. Arrestato nell’operazione “Gambling”, Mariolino ha saltato il fosso e ha iniziato a collaborare con i pm di Reggio Calabria. Davanti a lui, il 25 novembre 2015, nella sala colloqui del carcere di Opera a Milano, c’è il sostituto procuratore della Dda Stefano Musolino. Al pm il pentito racconta tutto quello che sa sulla scomparsa di Paolo Schimizzi. Riporta in sostanza, le confidenze che gli erano state fatte da altri soggetti gravitanti attorno alla sua cosca. Prima però descrive Schimizzi come il nuovo boss emergente dei Tegano: “Paolo aveva preso ormai le redini del clan, era l’unico nel territorio, in quel momento, diciamo intelligente, non testa giovane. Non si spaventava di niente e voleva, stile Renzi, rottamare tutte quelle che erano le persone anziane”.

Il pentito Gennaro ricorda, per esempio, quando Schimizzi mise in riga un anziano del quartiere San Giovannello che aveva curato la latitanza del boss Giovanni Tegano, poi arrestato per associazione mafiosa. “Gli disse: Senti bello, tu va curcati che tipo hai 90 anni, comandiamo noi. Lui ormai aveva preso totalmente piede. Lo zio Giovanni non voleva cedere questo scettro ancora al nipote. E c’era stato un attrito, un litigio. Praticamente Paolo Schimizzi aveva preso ‘ste redini, aveva litigato con questo Michele Crudo che, invece, il suocero Giovanni Tegano voleva mandare avanti. Comunque si vede che lo voleva controllare più facilmente. Paolo non poteva essere controllato, ve l’ho detto stava rottamando a tutti in quel periodo, e dice che in un incontro dove lui andò a trovare lo zio con ‘sto Giovanni Pellicano e ‘sto Michele Crudo praticamente ci fu un litigio e, come dicono, suo zio lo sparò”.

Lupara bianca? “Una cosa di famiglia”- La lupara bianca di Paolo Schimizzi, quindi, per il pentito Mario Gennaro è stata un “cosa di famiglia”. Resta da capire se si è trattato di una discussione tra zio e nipote degenerata in omicidio o in una “tragedia” architettata contro il giovane boss che voleva mandare in “pensione” l’anziano protagonista della seconda guerra di mafia. Tegano, infatti, è considerato un boss autorevole:  quando fu arrestato, uscendo dalla questura di Reggio trovò parenti e amici accorsi per vederlo, per applaudirlo, per inveire contro la polizia. “È un uomo di pace”, urlò una sua cognata vedendolo in manette dopo 20 anni di latitanza.

Nel racconto del pentito Gennaro, però, Tegano è tutt’altro che un “uomo di pace”.  “Durante quella serata, lo zio Giovanni prese la pistola. Era stata una cosa fatta dallo zio Giovanni con Pellicano e Crudo. Dice che Paolo forse ha ingiuriato lo zio. Ci dissi qualcosa come aveva detto a quello di San Giovannello: Va curcati chi hai 90 anni. Dice che lo zio prese ‘sta pistola e poi non si sa dove lo seppellirono”.

Il pentito Moio: “Pellicano sapeva che fine ha fatto Schimizzi” – Secondo il collaboratore di giustizia, quindi, sarebbero tre le persone che hanno assistito alla morte di Paolo Schimizzi. Se il boss Giovanni Tegano, suo zio, gli ha sparato, allo stesso incontro ci sarebbero stati il genero Michele Crudo (con il quale il giovane reggente della cosca avrebbe litigato prima di essere ucciso) e Giovanni Pellicano, altro uomo di fiducia del boss condannato nell’inchiesta “Il Padrino”. Quasi fornito nel 2010 da un altro pentito della cosca Tegano, Roberto Moio. Anche lui nipote del boss di Archi, non conosce i dettagli rivelati da “Mariolino”. Ai pm di Reggio Calabria, però, indica Giovanni Pellicano come quel personaggio al quale “tutti i miei parenti danno la colpa della scomparsa di Schimizzi”. Moio spiega il motivo: “Non voglio io dire la colpa, che lui sa che fine ha fatto mio cugino Paolo. Perché l’ultima tappa che ha fatto mio cugino Paolo è stata che sua moglie l’ha accompagnato lì, di fronte a lui, di fronte al cancello, è sceso dalla macchina e ha detto: ci vediamo più tardi. E Paolo poi non è più rientrato”.

L’allontanamento di Pellicano. E il socio del figlio ucciso ieri a Siderno – Nella stessa informativa in cui è finito il verbale di Moio, la squadra mobile sottolinea anche una situazione particolare che riguarda Pellicano. La scomparsa di Schimizzi, infatti, ha registrato una serie di fibrillazioni all’interno della cosca Tegano. I luogotenenti del clan evitavano di uscire di casa e tutti gli affiliati avevano paura di un’imminente guerra di mafia.

A un anno dalla scomparsa del giovane boss, infatti, – scrive la mobile – “Pellicano provvedeva a trasferirsi in località Montepaone Lido (in provincia di Catanzaro) sin dal mese di novembre 2009, unitamente all’intero nucleo familiare, eccezion fatta, per il figlio Giuseppe, il quale in località Narzole di Bene Vagienna (Cn), ha continuato a gestire la ditta di allevamento e commercializzazione di carni bovine e ovine precedentemente costituita insieme ad altri noti pregiudicati”. Tra questi c’era anche Carmelo Muià, l’esponente della cosca Commisso di Siderno, che era stato arrestato nel 2010 nell’operazione “Crimine” accusato di essere il braccio destro del boss Giuseppe Commisso detto il “mastro”. Muià è l’uomo ucciso mentre stava rientrando a casa il 18 gennaio scorso. I killer lo hanno freddato con sette colpi di pistola mentre guidava una bicicletta elettrica. Ufficialmente commerciante di carne, in realtà Muià era un personaggio di spicco della ‘ndrangheta della Locride. Con ogni probabilità il suo omicidio è maturato all’interno degli equilibri di Siderno dove i Commisso rappresentano la cosca dominante. Erano anni che, da quelle parti, non si sparava un “viceré” della famiglia mafiosa, in grado di fare affari con gli “arcoti”. Ennesimo elemento che dimostra come Muià fosse tra i personaggi di riferimento dei Commisso.

Archi e la calma apparente dopo la scarcerazione di un boss – Ritornando ad Archi e alle cosche reggine, le frizioni tra una frangia dei De Stefano e una frangia dei Tegano negli ultimi mesi sembrano essere diminuite. Di certo, come già era successo ai tempi della scomparsa di Schimizzi, anche nell’ultimo periodo si erano registrate tensioni tra i rampolli dei vari casati mafiosi. Ragazzi strafatti di cocaina che puntano a prendere il potere, approfittando del fatto che i boss, quelli anziani, sono in carcere. Non si spiega altrimenti l’arroganza di chi, volendo emulare il padre ai tempi della guerra di mafia, l’estate scorsa è entrato in un affollatissimo bar con un fucile per sparare alle bottiglie. Ma anche i danneggiamenti alle auto di alcuni affiliati e i colpi di pistola ai negozi “amici”. Una situazione insostenibile che ha rischiato di degenerare quando dal carcere era arrivata una richiesta esplicita: punire chi aveva sbagliato. Un momento di altissima fibrillazione che, però, da alcuni mesi sembra tornato alla normalità. Le acque si sono calmate dopo la recente scarcerazione del boss di Archi, Carmine De Stefano, l’unico libero che, per gli inquirenti, sarebbe in grado di far abbassare la cresta ai giovani rampolli di ‘ndrangheta. E a Reggio, per il momento, il clima tra le varie cosche sembra essersi rasserenato.