Una frode online da 70 miliardi di yuan, ovvero 11 miliardi di dollari. È la più clamorosa mai messa a segno in Cina, persino superiore a quella ordita da Ezubao, il sito di credito peer-to-peer accusato lo scorso anno di aver truffato 900mila investitori per un valore pari a 50 miliardi di yuan. Secondo quanto riportato poco prima di Capodanno dal magazine finanziario Caixin, Zhang Xiaolei, fondatore della piattaforma online Qbao, si è spontaneamente consegnato alla polizia dopo una caccia durata anni. L’accusa è quella di essersi intascato 70 miliardi di yuan promettendo agli investitori ritorni annualizzati dell’80%: maggiore era l’investimento, maggiori sarebbero dovuti essere i rendimenti.

In cambio, i nuovi adepti erano tenuti a partecipare alle attività promozionali e di “recruiting” attraverso la condivisione delle informazioni sui prodotti offerti dalla compagnia, che vantava la partecipazione in assets di varie tipologie, dall’e-commerce,agli impianti chimici passando per le aziende vinicole. In realtà, si sarebbe trattato semplicemente di un gigantesco schema Ponzi, in cui i nuovi clienti finivano inconsapevolmente per pagare rendite gonfiate agli investitori consolidati. Tanto per avere un’idea dell’entità della frode, si consideri che nel 2017 erano 200 milioni i “Qbaofen” (i fan di Qbao), con 2 milioni di registrazioni giornaliere negli ultimi mesi dell’anno e 200 milioni di yuan (oltre 31 milioni di dollari) di transazioni ogni giorno.

La fortuna di Qbao – che deve il suo nome ad una crasi evocativa tra le parole cinesi “qian” (soldi) e “bao” (tesoro) – va letta nell’ambito della rapida diffusione dei servizi di microcredito online, che hanno drasticamente semplificato per molti l’accesso ai prestiti. C’è chi, come un 26enne intervistato dalla rivista finanziaria, ammette di aver ricorso a sette carte di credito per ottenere più denaro possibile da investire nella creatura di Zhang Xiaolei.

Fondato nel 2012 a Nanjing, nella provincia costiera del Jiangsu, Qbao era diventato “come un culto” per i suoi adepti, racconta a Caixin un ex dirigente. Tanto che molte delle vittime continuano a riporre totale fiducia nell’artefice della loro rovina, un personaggio noto per i suoi comportamenti sopra le righe e una passione sfrenata per l’alcol. E sì che i precedenti di Zhang non erano per nulla rassicuranti. Prima ancora di divenire il “re della truffa”, nel 2003 l’imprenditore era già finito sotto i riflettori della giustizia per essersi appropriato di 4,2 milioni di yuan nell’ambito di un progetto di formazione – fittizio – per giovani calciatori, che avrebbe dovuto coinvolgere una squadra sudamericana. Rilasciato su cauzione, è poi stato in grado di restituire tutto il malloppo. Da allora, il fondatore di Qbao ha messo in piedi oltre 80 società registrate a suo nome e altre sei intestate alla moglie.

Poco convinti dalla rapida redenzione, le autorità ne hanno cominciato a monitorare massicciamente le attività nel 2015: ad un’incursione improvvisa negli uffici sono seguiti prima gli avvertimenti e poi le accuse di raccolta illegale di fondi. Un avviso affisso dalla polizia all’entrata del quartier generale di Qbao avrebbe dovuto tenere lontano gli investitori. Ma la mancata assunzione di misure più drastiche ha continuato ad assicurare libertà di movimento alla più grande macchina mangia soldi del web cinese. Per difendere la propria longevità, Qbao si è spostato da Nanjing a Shanghai e poi ancora da Shanghai a Chengdu, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Nel frattempo, il successo di Zhang ha ispirato la nascita di piccole realtà decise a imitarlo nel mondo della finanza online. Concentrate in un unico edificio a Nanjing, fino a pochi giorni fa erano almeno 50 le aziende specializzate nella fornitura di wealth management product, prodotti finanziari ad alto rischio. Molte hanno già fatto i bagagli da quando si è diffusa la notizia della chiusura di Qbao.

La caduta in disgrazia di Zhang sembra essere stata pianificata durante un meeting dei regolatori finanziari l’11 dicembre, ovvero poco dopo che una direttiva del governo centrale ha ordinato alle autorità locali di limitare le attività creditizie soltanto alle organizzazioni munite di apposita licenza. L’approvazione di quelle nuove era già stata vietata il mese precedente.

La storia di Qbao “dimostra come molti cinesi siano ancora a corto di denaro e vadano pazzi per i canali di investimento ad alto rendimento”, ha commentato ai microfoni del Global Times Li Chao, analista presso la società di consulenza iResearch. Difficile dire se adesso abbiano imparato la lezione. Da quando la società ha chiuso i battenti, milioni di clienti si sono ritrovati con i conti bloccati, mentre tutte le banche della provincia del Jiangsu sono state invitate a indagare sulla possibile erogazione di prestiti in relazione alle losche operazioni di Qbao.com e delle sue varie sussidiarie. Ora, secondo gli esperti, la vera priorità sta nel contenere il pericolo di un effetto domino. Ad oggi la Cina conta per l’85% dei servizi finanziari online a livello mondiale. Un mercato che nel 2020 dovrebbe arrivare a valere 2,3 trilioni di yuan.

di China Files