“Terremo in ordine i conti pubblici“. In questi giorni di forsennata rincorsa alla promessa più allettante per l’elettorato – dall’abolizione della legge Fornero alla cancellazione del Jobs Act passando per un reddito minimo di 1000 euro per tutti – a occhio è l’unico annuncio che manca. Evidentemente si suppone che non entusiasmi le folle. “E’ per questo che io non faccio politica“, sorride Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review del governo Renzi e membro del consiglio esecutivo del Fondo monetario internazionale, oggi alla guida dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica. Il 9 gennaio l’economista, via Twitter, ha annunciato di aver inviato a tutti i partiti in corsa per le politiche del 4 marzo una lettera in cui li invita a “indicare gli obiettivi di finanza pubblica (deficit, avanzo primario, debito, entrate e spesa pubblica) che intenderebbero perseguire una volta arrivati al governo”. In allegato, un modulo con due tabelle in cui inserire i dati sull’evoluzione attesa dei principali indicatori macroeconomici.

Risponderanno? Vi terremo informati”, è la chiusa del tweet. Ma per ora, spiega Cottarelli al fattoquotidiano.it, solo i radicali della Lista +Europa con Emma Bonino hanno fornito qualche risposta, con un articolo pubblicato su La Stampa il 20 dicembre. Propongono tra l’altro di congelare la spesa pubblica per tutta la prossima legislatura, portando il deficit a zero già nel 2019 e facendo scendere il debito/pil al 122% nel 2020, una “polizza di assicurazione contro una crisi di fiducia dei mercati”.

Il 19 l’ex responsabile della revisione della spesa aveva anticipato l’iniziativa sul quotidiano torinese con questa premessa: “Nella gestione dei nostri soldi di solito siamo molto attenti. Perché allora nella gestione dei soldi pubblici (che pure sono nostri anche se in modo meno diretto) dovremmo comportarci diversamente?”. Eppure “i partiti politici non sembrano intenzionati a dirci quale sarà il totale della spesa pubblica, il totale delle tasse, il possibile squilibrio tra le prime e le seconde (cioè il deficit) e quindi quanto intendano aumentare (vorrei dire ridurre ma non mi sembra questo il caso) il debito pubblico. Non è così in altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti, dove è pratica comune indicare, almeno in termini generali, i principali obiettivi di bilancio per gli anni di futuro governo”.

A fare eccezione solo Matteo Renzi, che “ha scritto in un suo recente libro che intende portare il deficit al 2,9 per cento del Pil per cinque anni”, “un’idea pericolosa visto il nostro livello di debito pubblico e la nostra provata esposizione al rischio di attacchi speculativi. Ma almeno è stato chiaro. Detto questo, il 2,9 per cento non è ancora parte del programma elettorale del Pd” e “il livello del deficit non è sufficiente a descrivere la politica dei conti pubblici che si intende perseguire”. Di qui la richiesta, a tutti gli attori in campo, di prendere impegni più precisi.

Invece gli annunci mirabolanti si moltiplicano e nessuno sembra preoccuparsi né delle coperture, né dell’impatto sui conti. “L’impressione è che ci siano più promesse rispetto a quel che è accaduto prima di altre elezioni. Forse perché l’esito è così incerto. Ma dal mio punto di vista il debito è il motivo di fondo per cui l’Italia è fragile. E questo sarebbe il momento buono, se ci fossero politici coraggiosi, per mirare seriamente al pareggio di bilancio: per raggiungerlo non servirebbero manovre lacrime e sangue, basterebbe congelare la spesa per tre anni. Certo, se invece vogliamo tagliare le tasse allora la spesa va ridotta. Ma se aspettiamo un nuovo choc sui mercati allora sì che occorreranno sudore e lacrime”.