Se abbiamo imparato una lezione dalla squadra di questa piccola città del Sud Italia (mentre qualcuno continua imperterrito a digitare su Google, senza punto interrogativo, “Benevento dove si trova”) è che non bisogna mai perdersi d’animo.

Se abbiamo tratto un insegnamento da questa formazione, fischiata e vilipesa dall’intero sistema solare per il suo esordio in serie A, è che anche nella notte più buia può apparire un bagliore. Anche quando hai Saturno contro, quando ti lanciano i pomodori e tutto sembra procedere nel verso sbagliato, un improvviso cambio di scenario è possibile.

E così ieri, alla seconda vittoria consecutiva, questa volta contro una Sampdoria che tutti ripetevano essere in gran forma (beata lei: l’unica dopo le feste) abbiamo compreso che nulla è veramente perduto.

Lo svantaggio riportato in quel misero minuto di recupero del primo tempo (ma esistono pure i minuti di recupero del primo tempo?!) ha fatto da leva a un riscatto esistenziale che a noi altri appare come una lezione di vita e ci fa desiderare di essere, nel nuovo anno, come la squadra giallorossa nel secondo tempo di Benevento – Sampdoria.

Nel dichiarato aplomb e nel palese scetticismo da improbabile cronista di calcio, mai avrei pensato che lo stadio potesse dispensarmi tanta improvvisa saggezza. Eppure, nel vortice burrascoso del girone d’andata, la domenica sugli spalti mi ha dimostrato quanto contino concentrazione e costanza e mi ha insegnato che le scorze dei semi devono essere rigorosamente gettate per terra; mi ha fatto comprendere che la pietà e la compassione non abitano i campi di pallone e come lo stato d’animo determini ogni risultato; mi ha confermato l’idea che il quarto uomo sia una figura misteriosissima e che esiste un sistema di leggi, non scritte e ancestrali, che circonda ogni forma di partecipazione emotiva ai match a cui, fatalmente, nessuno può sottrarsi.

Inoltre, la tifoseria del Vigorito ha dato prova del sostegno incondizionato e dell’importanza di ogni risultato positivo che, in quanto tale, merita di essere festeggiato anche se non dovesse portare assolutamente a nulla. A dispetto di chi sentenzia che ci sia ben poco di cui rallegrarsi.

D’altronde, questo baraccone chiamato calcio non è forse uno sport? E lo sport non serve a far capire qualcosa della vita (a tratti anche simulandola) e non ha il compito di divertire? Non si usa forse nella nostra lingua, per indicare l’attività in campo, il verbo giocare?

E allora procediamo con la stessa serietà e la stessa spensieratezza che impiegavamo da bambini nel gioco. Pertanto in alto i cuori e i bicchieri di plastica pieni di birra, verso il cielo le sciarpe e le bottigliette di liquore giallo, e avanti col campionato della squadra più imprevedibile della galassia.

P. s.: La decima edizione del Premio Stregone va alla Befana in persona che, per fattezze e abitudini, è parente non lontana della Strega.

Grazie ad Aurora Lobina per l’aiuto nella photogallery.

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