Il 20 dicembre 2017, i 28 ministri dell’Ambiente si sono incontrati a Bruxelles per discutere il piano di riduzione delle emissioni preparato dalla Commissione europea in conformità con l’accordo raggiunto alla Cop 21 del dicembre 2015 sui cambiamenti climatici. A ragione, sospettavamo che il trattato del dicembre 2015 fosse solo un elenco di auspici, senza alcun obbligo vincolante, ma non ci saremmo certo aspettati che i ministri europei decidessero (con una certa resistenza solo da parte di Danimarca e Portogallo, ma con un pieno appoggio dell’Italia) di ridurre la quota assicurata alle fonti rinnovabili (il 27% dell’energia totale), ridimensionando contemporaneamente il ricorso alle fonti fossili.

Ebbene, a Bruxelles si è scesi dal 27% al 24,3%, prolungando in compenso i sussidi per l’industria dei fossili fino al 2030 anziché al 2020. Quindi, il nostro governo – con Gian Luca Galletti all’Ambiente e con la regia del “lobbista” Carlo Calenda (come lo ha definito il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano) alle condotte del gas – partecipa attivamente a segare il ramo già impregnato di Co2 su cui siamo sempre più incautamente rannicchiati. In ammiccante sintonia con Donald Trump, che cerca complicità al suo incosciente negazionismo in un sistema internazionale assediato dal nazionalismo e incapace di aspirare a soluzioni globali significative. L’attuale nostro governo è ancora convinto di fare della penisola l’hub continentale del gas, il terminale della Tap, la stazione di smistamento per la metanizzazione della Sardegna.

In una simile prospettiva, perseguita senza apertamente dichiararne le conseguenze, i numeri appiccicati al documento della Strategia energetica nazionale (Sen) (28% di rinnovabili e -39% di emissioni di Co2 al 2030) sono già diventati una balla. Nei fatti, la decarbonizzazione si veste di “verde” con la chiusura delle centrali a carbone, ma si tinge di “grigio” con il pompaggio di gas e posa di tubi in ogni dove. D’altra parte che cosa può esserci di meglio degli affari attirati dal gas di Putin attraverso condotte che da Oriente s’immergono nei nostri mari o dall’eccesso di shale gas di Trump trasportato da Occidente con navi metaniere? (Ritornerò su questi argomenti che condizionano pesantemente le scelte energetico-climatiche concordate a parole nei vari summit mondiali).

Il ministro Calenda è uomo “spiccio”, portatore di idee tanto innovative quanto intriganti sulle politiche energetiche e industriali. Decarbonizzazione e industria 4.0 sono affabulazioni usate a ogni occasione e enfatizzate dall’autorità del capo di governo a ogni incontro ufficiale. Sotto la “specie” dell’addio al carbone (previsto entro sette anni) la Sen, mai votata o emendata dal Parlamento e che tuttavia viaggia sicura in un decreto interministeriale (Mise-Ambiente), prevede non a caso 30 miliardi di euro per reti e infrastrutture di gas ed elettriche. Ma, dato che cittadini, movimenti, Enti Locali e Regioni potrebbero ritardarne o bloccarne l’attuazione e la messa in posa, è annunciato e previsto un “processo decisionale semplice e snello”.

Calenda ha avvertito che “quando un comune o una regione fanno ricorso contro un gasdotto si mette a rischio non solo l’opera ma l’obiettivo di decarbonizzazione della produzione elettrica entro il 2025. Il ministro qui si è tradito: nella pratica, “sul terreno”, meno carbone per lui equivale a più gas. Di conseguenza, il governo prima ha ammonito le Regioni a non fare ricorso contro le infrastrutture, poi addirittura, a due giorni dall’incontro dei ministri europei a Bruxelles, ha provato a “blindare” i cantieri del Salento, in Puglia, che lavorano per la costruzione del gasdotto Tap. In un emendamento che prevedeva 700 milioni di euro di stanziamento per il 2018 sono stati definiti “Siti di interesse strategico naturale”, con la necessità di controlli severi di protezione. Fortunatamente, l’emendamento, che doveva passare dal Parlamento per le sue implicazioni finanziarie, in fase di votazione è stato dichiarato inammissibile dal relatore alla legge di bilancio Francesco Boccia. 

Per informare i lettori del punto cui si sta giungendo sul piano delle libertà democratiche, trascrivo qui la richiesta del governo andata in approvazione ma – ripeto – fortunatamente e meritoriamente dichiarata inammissibile: “Al fine di garantire il regolare svolgimento dei lavori e tutelare la sicurezza del personale impegnato per la realizzazione dell’infrastruttura verranno applicate le pene previste dal codice penale per chi, senza autorizzazione, travalichi i confini del cantiere o ne impedisca l’accesso. Il Codice prevede anche l’arresto, da tre mesi a un anno”. Per accelerare la realizzazione e limitare i disagi alla popolazione, le ulteriori autorizzazioni amministrative in materia ambientale e fitosanitaria sarebbero state adottate dalle amministrazioni centrali con l’ausilio dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e dell’Istituto superiore di sanità. Ai due Istituti sarebbero stati destinati nel 2018 i 700mila euro di stanziamento. È evidente come anche per la “decarbonizzazione via metano” rimanga viva l’intenzione di ripetere una vicenda come quella della Val Susa. Montagne, territori, mari, clima verranno mai considerati come bene comune?