Non si vive di solo Lo chiamavano Jeeg Robot. Il ragazzo invisibile – Seconda Generazione di Gabriele Salvatores è il film che commercialmente arriva nel momento giusto. Proprio per non far cadere nel vuoto, banalmente, una certa tendenza del cinema di genere. Qualcosa che negli ultimi trent’anni in Italia non si fa, come direbbe qualcuno, a prescindere. Perché è più comoda una chiamata alle casse pubbliche con i soliti “ideologemi” sovrabbondanti impegno e poesia piuttosto che qualche supereroe in calzamaglia o con il soprabito di Neo. Anche se qui, è un dato di fatto in controtendenza, Ministero, Regione Friuli e Lazio, hanno sovvenzionato con qualche briciola (il Mibact ha dato 600mila euro a fronte di 1 milione e mezzo richiesto e un budget di oltre 10 milioni di euro) l’opera di un veterano come Salvatores puntando sorprendentemente su una visione del mondo di pura fantasia.

Il ragazzino (Ludovico Girardello) che scopre il superpotere dell’invisibilità è cresciuto. Avrà solo 16 anni ma s’è fatto bello, biondo e manzo. E non ha quasi più nulla di quell’adolescenza infelice, bullizzata e tentennante che aveva caratterizzato la sua quotidianità e il primo capitolo, diretto sempre da Salvatores, del 2014. Ora però la storia prende un nuovo ritmo più serrato e spettacolare. A partire da un lutto (c’è lo spoiler, è proprio a inizio film) che Michele prova a superare con fatica, tentando anche di far saltare il fidanzamento dell’amata Stella con un compagno di classe che si è autoassegnato il merito del lieto fine del primo film. In aiuto al ragazzo arriveranno però Yelena, la madre biologica russa (Xsenia Rappoport), e una sorella gemella (Galatea Bellugi) cresciuta in Marocco, fuoco e fiamme come personalissimo superpotere. Un meeting casalingo che fa da preludio ad un complesso flashback sovietico nel passato di Yelena, Michele e famiglia, e che introduce a sua volta la galera laboratorio dove una quindicina d’anni prima furono rinchiusi una settantina di “speciali” di prima generazione e il cattivissimo magnate Zavarov ne rilevò la proprietà esercitando un sadico cinismo sui “detenuti”. I sopravvissuti a quel massacro sperimentale ora però vogliono la loro vendetta proprio a Trieste, quando l’industriale russo in accordo con le autorità italiane inaugurerà un gasdotto.

“Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, spiegava Peter Parker anni addietro. Spiderman, non a caso col nuovo Homecoming è ripartito dalle scuole superiori per rigenerarsi e infondere nuova forza ed energia al rilancio del franchise. Ed è qui un modello di riferimento per il Michele de Il ragazzo invisibile – Secondo generazione. La purezza del ragazzino che cresce, l’ingenuità dell’innocente entrato in un mondo più grande di lui, ma che affidandosi alla sospensione dell’incredulità del racconto prende decisioni che salveranno il mondo. Diciamolo subito, però: se di fronte ad ogni stupidaggine del racconto Marvel, davanti ad ogni insulso nuovo capitolo di Avengers e compagnia, digeriamo senza fiatare qualsiasi scelta narrativa che allunga il brodo all’infinito, allora non lamentiamoci della scrittura di questo film. Che invece è un fine lavoro ad incastro nella strutturazione dei personaggi nella griglia della storia generale, dovuto alla robusta solidità del rodato team Alessandro Fabbri-Ludovica Rampoldi-Stefano Sardo (1992 e 1993). Fabbri/Rampoldi/Sardo sanno il fatto loro con una maturità di linguaggio che sciorina dialoghi mai ammiccanti all’alleggerimento modello Marvel della facile battuta, e che restituisce il dono della suspense quando le carte vengono rimescolate su un finale di film concitato e dai multipli ribaltamenti di fronte.

Per contro la regia di Salvatores lavora più che altro di sintesi nell’integrazione tra effetti speciali VFX (il mago Victor Perez ne amplia il significato rispetto al primo Ragazzo invisibile dove vigeva una sorta di artigianale amatorialità) e una direzione d’attori che lascia perdere carinerie da primi piani imponendo invece le peculiarità fantasy da supereroi e dei loro superpoteri (segnaliamo il Morfeo di Dario Cantarelli e il Roccia di Mikolaj Chroboczek). A chiudere il cerchio la colonna sonora di pezzi di repertorio parecchio pop che spazia tra i Pearl Jeam, gli Who e i Beach Boys, e un’idea composita e rilevante di creazione di un immaginario visivo che prova a durare in futuro tra costumi, trucco, idiosincrasie caratteriali, parole d’ordine (a livello crossmediale in contemporanea al film escono anche un libro e un fumetto). A Salvatores poi, che un po’ si era perduto tra bagattelle come Happy family e Come dio comanda, basta impegnarsi un po’ per primeggiare tra i grandi, disinvolto com’era all’epoca d’oro dell’Oscar a Mediterraneo. Producono Rai Cinema e l’indomita Indigo di Nicola Giuliano.