Gli italiani non leggono. Sei italiani su dieci non leggono nemmeno un libro all’anno. Un dato di quelli che viene da stropicciarsi gli occhi e rileggere di nuovo. Magari qualcosa cambia. Invece niente. La situazione è questa, e peggiora di anno in anno. In molti, soprattutto su Twitter, ironizzano che se è vero che i lettori italiani sono pochi, molti, anzi moltissimi, sono gli scrittori. Libri, blog, professionisti della scrittura sui social. Tutti amano scrivere forse senza tenere conto che, per farlo bene (o almeno decentemente), la prima regola è proprio leggere. Lettori, prima che scrittori. Una cosa che vale anche per i più grandi di tutti. Calvino, per esempio. Che nel suo Perché leggere i classici scrive un’incredibile lettera d’amore alla lettura, vero hollywood: “Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola, lineare tensione romanzesca. Amo Puskin perché è limpidezza, ironia e serietà. Amo Hemingway, perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza. Amo Stevenson, perché pare che voli. Amo Cechov perché non va più in là di dove va. Amo Conrad perché naviga l’abisso e non ci affonda. Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente. Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo. Amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista. Amo Flaubert perché dopo di lui non si può più pensare di fare come lui. Amo Poe dello Scarabeo D’Oro. Amo Twain di Huckleberry Finn. Amo Kipling dei Libri della Giungla. Amo Nievo perché l’ho riletto tante volte divertendomi come la prima. Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia. Amo Gogol perché deforma con nettezza, cattiveria, misura. Amo Balzac, perché è visionario. Amo Kafka, perché è realista. Amo Maupassant perché è superficiale. Amo la Mansfiled perché è intelligente. Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto. Amo Radiguet perché la giovinezza non torna più. Amo Svevo perché bisognerà pur invecchiare. Amo…“.

 

Ora, appena uno finisce di leggere una lettera d’amore così possono succedere due cose. La prima, uno capisce che per scrivere bene bisogna leggere. E non è comunque detto che la cosa funzioni. Arrivare a questi livelli poi, è praticamente impossibile. Ma la condizione di essere lettore è indispensabile, per scrivere. La seconda cosa, uno magari demorde. Scrive meno, oppure per niente almeno fino a quando non ha acquisito un po’ di padronanza del mezzo. Il che in molti, anzi moltissimi casi, può essere un bene. Certo i più scettici potrebbero obiettare che magari Calvino era fissato, un maniaco della lettura, “ma non è mica detto che tutti i grandi scrittori facciano come lui”. E invece sì. Spiace, perché leggere è faticoso, ma tutti (o quasi) fanno come lui. Hemingway, per esempio, ha pubblicato più volte suggerimenti di lettura, come questo che si trova sul sito americano Open Culture in forma di lista, scritta a mano: ci sono Madame Bovary di Gustave Flaubert, Anna Karenina e Guerra e Pace di Tolstoj, Cime Tempestose di Emily Bronte, Il Rosso e il Nero di Stendhal e così via, una sequenza di classici, di libri “che non hanno mai finito di dire quello che hanno da dire”, fatta per adolescenti e buona anche per adulti.

Una lista simile ma divisa addirittura per età, l’ha fatta Tolstoj. Nel senso, Lev, quello che ha scritto quei tomi che a tutti hanno fatto pensare “non ce la farò mai”, s’è preso la briga di buttare giù le cose da leggere con le età giuste per farlo, anche se lo sapeva lui come lo sappiamo noi che “meglio tardi che mai” qui vale, eccome. A questo link c’è la lista, il suggerimento è quello di stamparla e tenerla nel portafoglio come un santino. E chissà che alla fine non venga voglia di leggere, questi o altri libri. In perfetta e beata solitudine, “quanti uomini hanno datato l’inizio di una nuova era della loro vita dalla lettura di un libro”.