L’accordo siglato dalla maggior parte dei membri dell’Unione europea riguardo la creazione di una struttura permanente in materia di difesa il 13 novembre scorso riaccende l’attenzione su un classico punto critico europeo: quello di un esercito comune come specchio di una unità di intenti in politica estera in un sistema internazionale che non vede più l’Europa al centro del mondo.

di Federico Maiocchi

Il 13 novembre scorso l’Unione europea si è ufficialmente dotata di una Struttura permanente di difesa (Pesco). Tramite l’accordo stipulato a metà novembre e successivamente rinvigorito il 7 dicembre con l’ingresso di Irlanda e Portogallo, che non avevano aderito alla prima ratifica, viene segnato un passo significativo verso la creazione di una forza di difesa comune. Un progetto tanto auspicato, come dimostrato dalle recenti dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron e del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, quanto di difficile realizzazione; fin dagli anni 50, infatti, numerosi tentativi di creare un esercito comune sono stati proposti ma mai effettivamente messi in pratica, per la ragione fin troppo evidente della difficoltà di veicolare gli interessi nazionali dei singoli stati membri in un unica struttura militare che esprimesse una politica estera condivisa, piuttosto che una somma di interessi individuali.

In più, la permanenza del continente europeo sotto l’ombrello militare della Nato durante tutto il periodo della guerra fredda ha indubbiamente frenato la tentazione della nascente Comunità europea di rendersi indipendente dall’alleato statunitense dal punto di vista militare, una tentazione che nel sistema internazionale odierno, chiusa la parentesi bipolare della guerra fredda, sembra essere non solo sensata dal punto di vista strategico ma anche necessaria dal punto di vista utilitaristico: il budget militare dell’Unione europea, se si considera il totale della somma degli investimenti dei singoli paesi, è infatti il secondo al mondo, dietro solamente al colosso americano. D’altra parte, a una spesa così rilevante non corrisponde un’efficiente trasposizione in termini di potere militare, proprio per via della frammentazione dei singoli eserciti nazionali e del loro differente impiego (Sipri – Military expenditure database, 2014).

I dati che descrivono la schizofrenia della potenziale forza militare europea inducono quindi a riflettere sul senso della posizione dell’Europa nello scenario internazionale attuale. Dal punto di vista geopolitico, infatti, non vi è dubbio che il Novecento sia stato il secolo che ha visto la fine della centralità europea all’interno del sistema internazionale; con la fine della seconda guerra mondiale è infatti culminato il processo di auto-distruzione di quello che Carl Schmitt chiamava Jus Pubblicum Europaerum, vale a dire quel complesso di norme e istituzioni giuridico-politiche tramite il quale gli stati europei avevano modellato a propria immagine l’ordine internazionale ed imposto il proprio predominio su scala globale dalla fine della guerra dei trent’anni, lasciando spazio alla competizione bipolare tra la superpotenza sovietica e quella statunitense.

Ma anche prima che i due conflitti mondiali ponessero fine all’egemonia europea, fin dall’inizio del ventesimo secolo le avvisaglie del declino degli stati europei erano percettibili. Già Paul Kennedy sul finire degli anni 80 sottolineava come fin dagli anni venti del 1900 fosse possibile rilevare la superiore capacità in prospettiva dei grandi stati continentali, Stati Uniti e Russia innanzitutto, di disporre di risorse economiche, industriali e di conseguenza militari rispetto agli imperi coloniali europei, impegnati in una competizione serrata per il mantenimento dell’equilibrio di potenza.

In altre parole, proprio quella frammentazione politica che dall’inizio del 1500 aveva permesso ai nascenti stati europei di stimolare il progresso tecnologico, economico e militare, a un livello tale da surclassare nella competizione per l’egemonia imperi extra-europei significativamente più estesi, risulta oggi il principale freno al compiuto ritorno dell’Unione europea come grande competitor sullo scacchiere internazionale, perlomeno a livello militare. I passi avanti nell’ottica di una cooperazione militare e di un coordinamento della politica estera tra gli stati membri potrebbero avere dei risvolti positivi in termini di policy. Da un lato, limitare o perlomeno diminuire la possibilità d’iniziative disastrose come l’avventura a guida francese in Libia del 2011, a cui la Germania non partecipò; dall’altro lato, permettere all’Unione maggiore autonomia decisionale rispetto alle scelte di politica estera statunitense le quali, dallo sciagurato tentativo di ingegneria sociale della guerra in Iraq del 2003 dell’amministrazione Bush fino alla sempre più difficilmente interpretabile politica estera di Donald Trump, sembrano rispecchiare le incertezze strutturali della politica internazionale del nuovo millennio.

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