Ma com’è triste questo Natale 2017 al cinema. Ci si guarda attorno, sui cartelloni pubblicitari della tangenziale, negli avvisi invadenti sullo smartphone, tra le pagine di un giornale sdrucito al bar, e non si trova un titolo che uno da vedere a tutti i costi in sala. Uno di quei film che il 25 dicembre pomeriggio ti spingono a fuggire alla chetichella dalla tombola dei parenti senza senso di colpa per la mamma lasciata sola. Per carità, mica siamo qui a scrivere la solita giaculatoria snob sui cinepanettoni, che peraltro quest’anno sono ben tre e più avariati del solito. La sensazione è che manchi qualcosa di più generale a livello esistenziale/culturale e allo stesso tempo di intimo e godereccio. E purtroppo la visita dal medico prima della Vigilia di Natale per trovare una cura a questo malessere non sembra essere servita a niente. Sarà l’effetto serie tv? No guardi, non fumo. Sarà una questione di passatismo un po’ nostalgico, sa l’età…? No no, mi sento sempre giovane dentro. Sarà qualcosa di legato al gusto, tipo il palato che non percepisce più i sapori? Ma come si permette, so ancora distinguere la pupù di Boldi dalla cacca di Pasolini.

Eppure sotto questo albero di Natale cinematografico l’assenza di Una vita è meravigliosa di Frank Capra, di Un biglietto in due con John Candy, o anche solo di uno Sherlock Holmes di Guy Ritchie si sente ed è incolmabile. Scegliere oggi tra un film che scimmiotta la poetica freak di Elephant Man (ma che appunto non è Elephant Man e non ha nemmeno un’unghia di Mask con Cher), e l’84° bolso capitolo di una saga fantasy che non accenna a sparire dall’orizzonte nemmeno con le cannonate laser, è un supplizio che solo un mistico può superare con un’alzatina di spalle. Perché non c’è il nuovo Spielberg? La fiaba Leone d’Oro 2017 di Guillermo del Toro? Il nuovo film di Ridley Scott senza più Kevin Spacey? Ma anche solo uno Zalone (senza Nunziante) o un Nunziante (senza Zalone) così per la curiosità di vedere l’effetto che fa? Invece niente. Gli astuti e pavidi distributori in combutta con i pigri e rassegnati produttori sfornano e vendono i resti di Santo Stefano spacciandoli per la cena della Vigilia.

Così è tutto un triste e malinconico già visto e già sentito. Un bolo immasticabile, indigeribile, da sudori notturni, da pronto soccorso gastrointestinale. E non c’è bisogno di Boldi chef e De Sica Trump per farci sornionamente riflettere sui limiti dello showbiz del paese, perché la sbobba riscaldata può essere anche “bio”. Vedi l’intramontabile regista newyorchese, mungitore compulsivo di se stesso, uno che fa continuamente remake dei propri film nemmeno fosse Lubitsch, e che oggi, esaltato da una critica imbalsamata, ha raggiunto la vetta del suo cinema in cui Blue Jasmine ricade nel piatto dello scorpione di Giada, con i Criminali da strapazzo che parlano in italoamericano e popolano uno scenario da Magic Moonlight, con lo spessore psicologico di Vicky, Cristina, Barcellona, Parigi e Roma. Quest’ultima rigorosamente in “love”. Tanto domani il nostro rifarà Tutti dicono I love you con un po’ di Cafe Society e una spruzzatina di Scoop shakerato al sempiterno rovello etico che soggiace al filone corrucciato-impegnato Irrational Man/Cassandra’s dream/Match point.

Insomma, in questo terrificante Natale cinematografico 2017 percepiamo quella tristezza che si prova nel capire che non c’è più nulla – un film, una storia, un attore, una battuta – per cui vale la pena di godersi la lunga attesa. Tanto il film lo daranno su Sky (per forza), lo si troverà in streaming (vero), tanto è uguale a quello dell’altra volta (verissimo). E l’impossibilità di creare prototipi, di far rinascere ogni volta la meraviglia, di far luccicare naturalmente gli occhi, si fa elogiata e passabile questione di mestiere. Così se il cinema è morto, o sta morendo, o è moribondo, e nessuno gli attacca la flebo dell’originalità per rianimarlo, allora il cinema sotto Natale, almeno qui in Italia, sembra già sepolto e in decomposizione.

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