Da qualche giorno, Facebook ha comunicato una vera e propria inversione a U nella personale guerra alle fake news. Invece di contrassegnare le bufale con un flag una piccola bandierina rossa, ha deciso che mostrerà in basso altri articoli correlati da fonti autorevoli, in modo da fornire agli utenti gli strumenti per comprendere meglio la notizia che sta leggendo. La correzione di rotta, spiegano sul blog ufficiale, si è resa necessaria per “condurre una lotta più efficace”. La prima strada, infatti, rischiava di “essere controproducente”. Proprio sulle pagine di questo blog è quello che ho sempre sostenuto: una guerra che, oltre a essere inutile, avrebbe portato a una sconfitta certa, un vero Vietnam, in cui i “complottisti” avrebbero trovato nuove argomentazioni alle loro tesi.

E’ da circa un anno (coincidenza: dopo la vittoria di Trump alle presidenziali) che Facebook si è attivata fortemente per contrastare il fenomeno delle fake news. Ne abbiamo già parlato, e la gente (poca) che segue questo dibattito conosce benissimo e maneggia da mesi termini come post-verità, debunking, David Puente, Ermes Maiolica, etc.

Poi è sempre bene ricordare che l’inventore di quest’espressione (Steve Tesich) denunciava la passività dei lettori davanti alle “verità preconfezionate” dei governi con la complicità e il pressapochismo dei media, ma non fa niente, ormai connota altro, le bufale sono solo quelle su internet e sui social, anzi su Facebook (che vale almeno il 90% di tutti gli altri canali e si pone proprio in antagonismo con lo stesso world wide web). Ho fatto un breve cappello, ma queste cose dovrebbero essere più che risapute.

La ricerca accademica sulla correzione della disinformazione ha dimostrato che mettere un’immagine forte accanto a un articolo, come una bandiera rossa, può radicare credenze profondamente consolidate: l’effetto opposto a quello che intendevamo”, si legge nel post siglato da alcuni manager di Facebook. “Gli articoli correlati, al contrario, sono progettati per dare più contesto, il che è un modo più efficace per aiutare le persone ad arrivare ai fatti”. Facebook spiega di aver condotto alcuni test da cui è emerso che mostrare gli articoli correlati porta a una minore condivisione delle fake news sul social. Lo strumento, tuttavia, non evita che gli utenti clicchino sulle fake news le leggano e ci credano.

Io non credo che la disinformazione non esista, ma questa guerra parte da un assunto sbagliato, cioè che tutti i cittadini siano correttamente informati e che tutti si informino correttamente. Invece sappiamo dalla nostra esperienza che c’è un sacco di gente che non vuole informarsi o che si informa poco o che si accontenta di qualche tg o titolo di giornale. Questo è l’ambito in cui dobbiamo muoverci per capire che le fake news sono solo un piccolo piccolissimo tassello nel vasto problema dell’informazione.

L’industria dell’informazione, espressione del potere “dall’alto verso il basso” è finita e non solo per colpa di internet, viviamo in città sempre più grandi e affollate ma in comunità sempre più piccole e ristrette e molti non sentono l’esigenza di informarsi intorno a qualcosa di cui ‘non fanno parte’. Calano le vendite e le copie di tutti i giornali, ma i quotidiani locali resistono proprio perché ci sono ancora comunità sufficientemente strutturate e vaste, e i cittadini sentono ancora l’esigenza di informarsi e hanno la sensazione di farne parte, di partecipare.