In Italia non esiste un rappresentante istituzionale delle comunità rom e sinte e non potrebbe essere diversamente. Ci sono invece un centinaio di associazioni rom e non rom i cui presidenti sono la voce dei rispettivi soci. Ognuna di esse è portatrice di determinati interessi, che solitamente riguardano una o più delle 22 diverse comunità rom e sinte presenti sul territorio nazionale nelle svariate situazioni socio-abitative. Ci sono associazioni a fianco delle comunità rumene vittime di sgombero; altre, raccogliendo le istanze di comunità rom di antico insediamento, chiedono il riconoscimento linguistico; altre ancora puntano sulla tutela di dimensioni culturali proprie di specifici gruppi di sinti; sono poche quelle che insistono sull’importanza di salvaguardare i diritti fondamentali delle famiglie, prevalentemente dell’ex Jugoslavia, prive di status giuridico e concentrate nei mega campi monoetnici. Per raggiungere i propri obiettivi ogni organizzazione ha le sue strategie declinate secondo realtà locali differenti.

Nel recente dibattito pubblico si è evidenziata la contrapposizione tra una visione universalista e una visione legata alla etnicizzazione. Si tratta di punti che nascono dall’incontro con “realtà” locali oggettivamente e inconciliabilmente diverse. La mancanza di questa consapevolezza fa diventare una costante il ritrovarsi davanti a puntuali “cortocircuiti” che innescano tanto accesi quanto sterili dibattiti.

Prendiamo come esempio due comunità su cui oggi è attiva una discussione: quelle dei sinti italiani presenti nelle microaree del Centro-Nord italiano e quelle che riguardano i rom stranieri che abitano nei “campi nomadi” delle grandi città.

Le microaree, abitate da sinti italiani, propongono un modello abitativo di piccole dimensioni all’aperto, nel quale risiedono una o due famiglie allargate. In Italia, in 50 microaree risiedono stabilmente circa 1.300 persone. Se prendessimo per buona la stima del Consiglio d’Europa che ci parla di circa 180mila rom e sinti presenti sul territorio nazionale, i sinti italiani presenti nelle microaree rappresenterebbero lo 0,7% sul totale. La principale istanza delle associazioni che sono al loro fianco riguardano il riconoscimento di “Norme per la tutela e per pari opportunità della minoranza storico-linguistica dei Rom e dei Sinti”. Tra i sinti sono in prevalenza gli anziani a chiedere il mantenimento delle microaree come luogo dove far sopravvivere una cultura. Molti giovani, talvolta uniti in matrimoni misti, hanno scelto la vita in appartamento.

Diversa è la realtà dei rom di recente immigrazione presenti nelle centinaia di baraccopoli formali e informali. Sono circa 28mila (il 16% del totale), vivono in condizioni di vita spesso drammatiche. Su di essi sono concentrati gli occhi dell’Europa, soprattutto quando si tratta di invocare la violazione dei diritti umani e di far confluire denaro. Sono loro gli “ipervisibili”, le vittime predestinate di politiche differenziate, dispendiose, spesso lesive dei diritti. Molti di loro, soprattutto i giovani, chiedono la mimetizzazione e il ripristino di una politica ordinaria che li includa e non li consideri cittadini “a parte”.

Da una parte disconoscono molti di quegli elementi riconducibili alla cultura del ghetto nella quale sono immersi, dall’altra chattano su Facebook e ascoltano il neomelodico napoletano; vogliono essere considerati uguali ai loro coetanei che vivono fuori dai “campi” per spogliarsi dello stigma dello “zingaro brutto, sporco e cattivo”. Chiedono con forza di uscire da “campi ghetto” anche se sui tavoli istituzionali non hanno alcuna voce.

Due storie diverse, due condizioni di vita, due istanze diverse e in qualche caso contrastanti tra loro. E in mezzo decine di altre situazioni di comunità rom ugualmente diverse e contrapposte. Da qui il “cortocircuito” che nasce all’esterno, nei dibattiti istituzionali, nei tavoli associativi, nei convegni accademici. Unico popolo o comunità distinte? Rivendicazione di una diversità etnica o mimetizzazione? Una legge speciale che tuteli una cultura o politiche ordinarie? Insediamenti da mantenere o da superare?

Non è pensabile un’unica risposta perché se ogni comunità ha individuato localmente la propria strategia di sopravvivenza e di autodeterminazione, il compito di che sta al loro fianco è evitare ogni strumentalizzazione, sostenendo e rafforzando ciascuna in questo processo.

Senza però cadere nella trappola della generalizzazione, per cui i bisogni e le istanze di una specifica comunità devono essere quelli di tutti, ma ponendo al centro la tutela dei diritti fondamentali, soprattutto là dove essi non vengono garantiti.