La favola del Pordenone è finita ai rigori. Magari ora potrebbe iniziare una storia nuova per il calcio italiano. L’impresa della squadra di Lega Pro, capace di uscire imbattuta da San Siro, eliminata solo dal dischetto dall’Inter prima in classifica di Luciano Spalletti, resterà come uno dei momenti più belli della stagione calcistica. E riporta d’attualità una vecchia richiesta, sempre sentita dai tifosi e dalla base del movimento, costantemente ignorata dai padroni del pallone: trasformiamo la Coppa Italia in una Fa Cup, dove ogni formazione del Paese, anche la più piccola, ha una possibilità di giocare contro le più grandi. E magari di vincere.

L’anno scorso l’entusiasmante cavalcata dell’Alessandria, dalla terza serie fino alla semifinale contro il Milan. Quest’anno il Pordenone: grazie ai “ramarri” (e non certo alle strapagate e un po’ svogliate riserve dell’Inter), un insignificante ottavo di finale di Coppa Italia è diventato un evento nazionale. Per tutta la settimana non si è parlato d’altro (merito anche dei social media manager friuliani, che hanno fatto un gran lavoro sul web), ieri sera milioni di italiani sono rimasti incollati davanti alla tv di un martedì sera qualsiasi: oltre 3 milioni di telespettatori e 14% di share di media, punte di quasi 5 milioni e 30% durante i rigori. Praticamente come la recente Roma-Qarabag, una partita decisiva di Champions, che aveva fatto più o meno le stesse cifre: un trionfo per la Rai che ha stracciato tutte le reti della concorrenza.

È la dimostrazione che il pallone vero, quello genuino di provincia, dove c’è ancora spazio per i grandi sogni e le piccole imprese, è sempre uno spettacolo: appassiona i tifosi, genera entusiasmo, è la chiave del successo e perché no del rilancio di un prodotto in crisi. Invece il nostro calcio negli ultimi anni si è mosso esattamente nella direzione opposta. Per carità, la Coppa Italia è anche migliorata di recente: ha recuperato prestigio dopo un passato in cui rischiava seriamente di scomparire. Ma lo ha fatto privilegiando le grandi, e facendo di tutto perché si creassero dai quarti in poi quei big match (come lo Juventus-Napoli dello scorso anno, o l’Inter-Juve di due anni fa) che regalano grandi partite, appetibili anche per le tv. Ma sarebbe bello se oltre a questi scontri finali, la coppa nazionale rispecchiasse per davvero tutto il movimento, dando un’occasione di gloria anche a semiprofessionisti o dilettanti che ogni domenica si dedicano a questo sport lontano dai riflettori.

Dieci anni fa Alessandria e Pordenone non sarebbero state neanche in gara: la sciagurata riforma di metà Anni Duemila aveva addirittura escluso le formazioni di Serie C. Poi il passo indietro, e la nuova formula varata dall’allora presidente di Lega, Antonio Matarrese, che resiste tutt’ora: oltre a Serie A e Serie B, partecipano 27 club di Lega Pro e 9 dei Dilettanti. Il modello vorrebbe imitare quello dei trofei nazionali esteri, ma ne è solo una triste scimmiottatura: in Inghilterra ai nastri di partenza della Fa Cup quest’anno c’erano 368 squadre, in Francia addirittura 4.016, provenienti da ogni categoria e campionato provinciale. In Italia appena 78. Ma soprattutto mentre all’estero gli accoppiamenti sono casuali, da noi è sempre la squadra più forte a giocare in casa, almeno sino alle semifinali quando si torna alla doppia sfida su andata e ritorno. E se questo meccanismo già può avvantaggiare la Juventus sul Napoli (non a caso i bianconeri sono sempre arrivati in finale nelle ultime tre edizioni), figuriamoci quante chance può avere il piccolo Pordenone.

Basterebbe poco, per cambiare la storia della Coppa Italia e l’immagine del nostro calcio: mantenere la formula della partita secca, introducendo il sorteggio per il campo. Magari allargare il novero dei partecipanti, cancellando l’inutile Coppa Italia di Serie C e aprendo anche ai dilettanti le porte del trofeo nazionale, con i turni preliminari che iniziano da luglio e consentono a tutti di sognare. Così Inter-Pordenone e Milan-Alessandria non sarebbero più dei casi isolati, dal risultato scontato. Immaginate la Roma sul campo dell’Audace Cerignola, davanti a 5mila tifosi incandescenti, oppure le riserve del Napoli in una notte d’inverno del profondo nord di Caronno: in questo modo tutto il Paese aspetterebbe l’arrivo della Coppa Italia. Ma ai padroni del pallone, concentrati solo a fare soldi con i diritti tv e a mantenere i propri privilegi, probabilmente non conviene: significherebbe un po’ di fatica, qualche trasferta scomoda, un calendario ancora più fitto, tutto per i sogni di quattro dilettanti. All’estero la favola del Pordenone è un miracolo da incoraggiare, da noi solo un fastidio da evitare.

Twitter: @lVendemiale

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