Pochi avrebbero potuto prevedere quello che sta succedendo in Alabama. Lo Stato, da almeno due decenni, è solidamente repubblicano. Qui, alle scorse elezioni, Donald Trump ha battuto Hillary Clinton con un vantaggio di 28 punti. Le elezioni speciali per il seggio lasciato libero da Jeff Sessions, diventato attorney general di Donald Trump, sembravano dunque destinate a confermare predominio conservatore. E invece, improvvisamente, i giochi si sono complicati. La vittoria di Roy Moore, il candidato repubblicano, appare ora seriamente in discussione.

I sondaggi prima del voto di oggi appaiono tutt’altro che concordi. Alcuni danno Moore avanti di 9 punti; altri riconoscono invece il vantaggio di Doug Jones, il candidato democratico. Molto dipenderà dall’affluenza al voto, soprattutto da parte degli afro-americani. Per portare alle urne la comunità nera, nelle ultime ore, hanno fatto campagna per Jones la star della NBA, Charles Barkley, l’attrice Uzo Aduba, il giovane sindaco di Birmingham Randall Woodfin. Barack Obama ha mandato un messaggio registrato per l’ultimo comizio di Jones. E l’ex segretaria di stato Condoleeza Rice, sia pure senza prendere esplicitamente posizione, ha reso pubblica una dichiarazione che lascia pochissimi dubbi. “”Chiedo agli elettori di rigettare il fanatismo, il sessismo, l’intolleranza”, ha detto Rice, appoggiando di fatto il candidato democratico.

Buona parte del mondo repubblicano alla fine non si è del resto allineato dietro Roy Moore. C’entrano, certo, le posizioni politiche di questo ex giudice (per due volte fatto decadere dal suo incarico alla Corte Suprema per ragioni etiche). Moore crede che l’omosessualità dovrebbe essere illegale, perché simile alla bestialità. L’Islam è “una falsa religione” e “l’evoluzione non esiste”, sono alcune delle espressioni utilizzate dal candidato in campagna elettorale, costellata anche da riferimenti ai “rossi e gialli” (nativi americani e asiatici) e a “Dio come unica fonte della nostra legge, libertà e governo”. Per Moore, del resto, gli attacchi dell’11 settembre sono prove della “collera divina”.

Non è però il conservatorismo tosto di Moore a pesare nel rifiuto di parte del mondo repubblicano. A pesare sono state piuttosto le accuse di 8 donne, che sostengono di essere state molestate da Moore nel passato; 6 di queste erano minorenni al tempo delle avances. L’ex giudice ha sdegnosamente rigettato le accuse, arrivando nell’ultimo comizio prima del voto a chiedere ai suoi elettori di non votarlo “nel caso abbiate dei dubbi sulla mia moralità”. I proclami di innocenza non hanno convinto. Doug Jones, lo sfidante democratico, ha detto di “credere alle donne” e Richard Shelby, l’altro senatore repubblicano dell’Alabama, alla fine non ha appoggiato pubblicamente Moore perché convinto che “le accuse siano credibili”.

Proprio nell’ultimo comizio, in una fattoria del sud-est rurale dell’Alabama, Moore ha respinto le accuse che rischiano di far naufragare la sua candidatura. A suo favore ha parlato Bill Stahle, un commilitone durante la guerra in Vietnam. Stahle ha ricordato che un giorno lui e Moore, insieme a un altro compagno, andarono a bere in un bar. Quando fu chiaro che il bar era in realtà un bordello, con ragazzine anche molto giovani offerte ai soldati americani, Moore si alzò esclamando: “Non dovremmo essere qui. Me ne vado”. Anche la moglie di Moore, durante il comizio, ha cercato di dissipare alcuni dubbi sul marito. “Il nostro avvocato è un ebreo”, ha spiegato, rigettando l’accusa che Moore sia un fondamentalista cristiano.

Non è passata sotto silenzio la presenza sul palco, acconto a Moore, di Steve Bannon, a capo di Breitbart News ed ex stratega di Trump alla Casa Bianca. Bannon ha fatto campagna convinta per Moore e, anche alla vigilia del voto, ha spiegato che l’ex giudice è il candidato giusto, quello che l’establishment repubblicano teme per la sua capacità di “ripulire lo stagno” (cioè, spazzar via la corruzione a Washington). “Repubblicani come Mitch McConnell e Richard Shelby hanno usato Trump come strumento per far passare la loro riforma fiscale – ha detto Bannon – ora che hanno ottenuto i tagli per le corporation, vedrete che non si muoverà più nulla a Washington”.

Alla fine dunque le elezioni in Alabama, e il candidato repubblicano Roy Moore, sono diventati qualcosa che va ben al di là dei confini di questo Stato del Sud. Per Donald Trump è un giudizio sul suo primo anno di governo (anche il presidente si è speso molto per l’ex giudice, sostenendo che è fondamentale “per rendere di nuovo grande l’America”). Per Bannon e per l’ala più populista del mondo conservatore è una scommessa importante: se Moore vince, senza l’appoggio esplicito dell’establishment, è la prova che il partito repubblicano può essere conquistato.

Per i repubblicani è un test interessante in vista delle elezioni di midterm: se Moore perde, pur in uno Stato affidabile come l’Alabama, significa che la cura Trump sta mettendo a rischio il futuro del partito. Anche per i democratici il voto in Alabama promette di essere una prova interessante. Una vittoria di Doug Jones, il loro candidato (anche lui un ex magistrato, attivo soprattutto in una serie di casi contro membri del Ku Klux Klan), potrebbe preludere a una riconquista di seggi di Camera e Senato alle elezioni di novembre.

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