Le province nel limbo, sospese tra la riforma Delrio – che le ha lasciate senza fondi e trasformate in enti di secondo livello – e la definitiva abolizione. Con tutto quello che ne deriva per la vita dei cittadini: strade provinciali e scuole lasciate senza manutenzione, assistenza ai disabili a singhiozzo per mancanza di risorse, personale trasferito in ruoli che non è in grado di svolgere. I Centri per l’impiego che dovrebbero favorire il reinserimento dei disoccupati a loro volta in bilico, perché la tutela del lavoro è rimasta di competenza “concorrente” di Stato e Regioni. E una legge elettorale, l’Italicum, da rifare visto che era stata scritta solo per la Camera come se l’abolizione del Senato fosse cosa fatta. Sulla riforma costituzionale firmata insieme a Maria Elena Boschi, Matteo Renzi aveva scommesso tutto. Tanto da non preoccuparsi di che cosa sarebbe successo se gli italiani l’avessero bocciata.

Così quando, il 7 dicembre 2016, ha dato le dimissioni, dietro di sé ha lasciato una serie di nodi irrisolti. Partiamo dalle province. Nel 2013 l’allora ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio aveva annunciato: “Credo che sia la volta buona per abolire le Province”. Il 7 aprile 2014, a due mesi dall’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, la riforma che porta il suo nome è diventata legge. Ma quella norma si limitava in realtà ad abolire i compensi e l’elezione diretta degli organi provinciali, stabilendo che il sindaco del Comune capoluogo avrebbe assunto il ruolo di presidente e il consiglio provinciale sarebbe stato eletto a suffragio ristretto solo da sindaci e consiglieri comunali della provincia. L’abolizione vera e propria veniva rinviata all’auspicato varo della riforma costituzionale, che prevedeva l’eliminazione della parola province dall’articolo 114 della Carta. Con la vittoria del No, tutto è rimasto in stand by. Le ex province, ribattezzate “enti di area vasta”, mantengono le competenze sull’edilizia scolastica, la tutela e valorizzazione dell’ambiente, i trasporti, le strade provinciali. Per esercitarle servono risorse. Non a caso la legge di Bilancio approvata dal Senato e trasmessa alla Camera stanzia 270 milioni “per l’esercizio delle funzioni fondamentali in materia di scuole e strade”.

Facevano capo alle province anche gli oltre 600 Centri per l’impiego pubblici, che in base al Jobs Act avrebbero dovuto diventare il braccio operativo della nuova Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Nel 2015 sono ufficialmente transitati sotto le Regioni, anche se il passaggio del personale non è ancora concluso. Ma il problema è che il presupposto di questo secondo pilastro della riforma del lavoro era che l’assistenza nella ricerca di un’occupazione diventasse competenza esclusiva dello Stato, come previsto dal nuovo testo costituzionale. Non è successo, per cui Roma è stata costretta a cercare per mesi un faticoso accordo con i governatori sui livelli essenziali delle prestazioni e l’accreditamento dei servizi al lavoro. Non sembra un caso se la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione – da spendere nei centri o nelle agenzie per il lavoro private – è stata un flop.

Come è andata finire con la legge elettorale è noto: l’Italicum, dichiarato in parte incostituzionale a gennaio, non è mai stato applicato. A fine ottobre è stato approvato in via definitiva il Rosatellum. Che consentirà ai partiti di nominare due terzi dei futuri parlamentari e molto probabilmente lascerà il Paese senza una maggioranza. Manca la ciliegina: il Cnel. Per risparmiare sarebbe bastata una legge ordinaria che togliesse all’organo le attribuzioni non espressamente previste dalla Carta. Il governo Renzi però ha scommesso sulla riforma costituzionale che ne prevedeva l’abolizione. Bocciata quella, il Cnel è più vivo di prima. La legge di Bilancio ora in discussione alla Camera ne prende atto. E consente ai componenti di tornare a ricevere indennità e rimborsi spese.

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