“Agli scrittori piace solo l’odore dei loro stronzi”. Il dardo autoironico appare a metà film e lo scocca Francesca Comencini. Regista tra le più creative e meno autocelebrative della truppa engagé romanocentrica del cinema italiano post ’94, che porta al 35esimo Torino Film Festival Amori che non sanno stare al mondo, tratto proprio da un suo libro del 2013 pubblicato da Fandango. Commedia un po’ nevrotica e un po’ sentimentale, volontariamente mancante con gusto e raziocinio del classico freno inibitorio su parecchie parole e tante immagini, su qualche tabù e su molte certezze da sguardo etero e maschilista, che quando c’è, e spesso c’è, rende le rom come italiane imbalsamati quadretti anni cinquanta. Claudia (Lucia Mascino), professoressa universitaria quarantenne e qualcosa di più, si sveglia di soprassalto e prima di uscire di corsa da casa invia compulsivi sms all’ex fidanzato.

Questi è Flavio (Thomas Trabacchi), professore universitario anch’esso, che sciorina un’autorevolezza e rigidità accademica e nella vita, che diversi anni prima aveva attratto la solare e vagamente anticonformista Claudia. Tempo di un paio di battute giù per le scale di casa, per modulare la frequenza su un registro comico che deve subito rendersi punto di fuga credibile dal dolore di separazioni e ferite del cuore, che il racconto comenciniano inizia a farsi carotaggio a sorpresa del recente passato tra i due protagonisti, prima della separazione voluta da Flavio e dall’ossessione amorosa per lui (“ma senza distrarsi dal mondo”) che ha colto Claudia. Eccole allora le anime contrapposte, gli abbracci che saldano, il futuro rallentato, gli slanci vitali, l’affetto sincero di un semplice volersi bene. Amarsi e odiarsi un po’, litigare e riappacificarsi, fare i conti con qualche bizzarria psicologica del singolo, prima che Flavio la lasci, incontri e sposi la 30enne Giorgia, e che Claudia lacerata dall’attesa dell’amato che non torna più accetti un’uscita con la conturbante studentessa Nina.

Insomma frammenti di un discorso amoroso senza il peso della sopravvalutata sicumera di Roland Barthes, ma tutti orientati sulla pista divertita di un fitto e franco dialogare su sessualità e identità di genere (la gag onirica in bianco-nero con Silvia Calderoni e il sistema “etero-capitalista” basato sul testosterone dove “un uomo resta sul mercato fino a 65 anni, la donna a 45 se non nel mondo lesbico”), sul giocare dei limiti oggettivi dei corpi in scena, teatri di presunti peli sporgenti, rachitismi latenti, lanugini dell’ombelico, poi sciolti in quadri erotici che ritraggono alcune delle scene di sesso tra le più esplicite e affascinanti del nostro cinema recente. La macchina da presa della Comencini poi prova perfino a librarsi istintiva e pura in almeno cinque/dieci minuti di un sottofinale tra i tavoli di un matrimonio, tovaglie svolazzanti, e sguardi sfiniti, sospesa in un tempo apparentemente tragico che invece si trasforma nuova opportunità di vita. Un plauso, infine, anche all’egregia scelta e al lavoro sugli attori. Mascino e Trabacchi, solitamente comprimari, qui si elevano ad interpreti consumati con l’ironia del miglior cazzeggio dialogico alla Woody Allen anni ottanta, e con una naturale e sorprendente scioltezza nel mostrarsi nudi, fragili, indifesi. Proprio come canta sui titoli di coda Giovanni Truppi: “A volte mi accadono cose incredibili in situazioni improbabili”.