Ci sono esseri umani che hanno una disperazione carnale, sensuale direi, Gabriele Contini è uno di questi esseri umani. Quando mi chiama al telefono e ci diamo appuntamento al Duomo di Milano, mi porto sempre dietro la videocamera, e sono felice di spendere dieci euro e cinquanta per tre caffè con vista Duomo. Dopo le nostre chiacchierate filmate, Gabriele mi chiama la sera per scusarsi. Ha paura di essersi approfittato di me, di avere preso due caffè invece di uno. Cerco di rassicurarlo, in fondo è come se fossi andato a lezione di disperazione, dieci euro e cinquanta non sono poi molti per un saggio incarnato di dolore micidiale (micidiale è una parola che usa spesso).

Artista poliedrico, poeta e filmmaker, innamorato perdutamente di Carmelo Bene, coltivatore diretto di grumi di disperazione a chilometro zero, Gabriele per me è soprattutto fonte di stupore, mi chiedo sempre come faccia ad essere ancora in vita ogni volta che ci incontriamo. Per lui la vita è una scossa elettrica continua al midollo dell’essere, dice di non avere un attimo di felicità nel corso della giornata, quando mi descrive le sue notti mi vengono i brividi d’orrore, al buio la sua mente si dilata come una pupilla delirante e succhia avidamente l’acido corrosivo dei suoi incubi spalancati sull’abisso. Fuma con nevrotica furia sigarette micidiali, si massacra e nello stesso tempo si ama, ogni tanto la sua bocca carnosa si scuce in un sorriso che è una ferita d’infanzia sepolta. Vicino a lui mi sento quasi normale, quasi sereno.

Un uomo sensibile fino alle stelle e ai buchi neri, un equilibrista di voragini, un prestidigitatore di assenze trafugate, uomo di cultura e di memoria trafitta, uncinata dall’oblio, in lui la schizofrenia della parola e del linguaggio si fa grido di simmetrie violate, e la natura umana diventa un vasto spettacolo di vicoli ciechi in cerca di un raggio di sole. Si aggira per Milano con il suo cappellaccio da spaventapasseri, con il suo sguardo allucinato e la sua andatura siderale, il mar rosso della routine si apre per accogliere i suoi passi, perso nelle sue profezie assetate, come in un bicchiere d’acqua che cova tempeste, Gabriele è un santo dell’insensatezza, forse un arcangelo delle tenebre, sicuramente un martire degli abissi. Eppure in tutto questo dolore che pulsa c’è una segreta armonia divorante, una musica di rimorsi, una felicità capovolta. Ossessionato dalla morte, incapsulato in vertigini ineffabili, stare con Gabriele è una boccata d’ossigeno in una città sempre più meccanica e rigida, e quindi pagare tre caffè con vista Duomo non è più un furto ma un dono. Ma solo per chi sa ascoltare.