Sorprende che siamo tutti sorpresi. Come se non si sapesse che il mondo è andato spesso così, anche così. C’è un divano e un produttore, sostituite a produttore un qualsiasi altro ruolo di peso: ci sono due soluzioni, anche tre quattro, una potrebbe essere il divano del produttore. Non è una conditio sine qua non, finire a letto con qualcuno per una transazione diciamo professionale è un’ingenuità, ma chi lo sa tuttavia, avrà dato i suoi frutti a sentire certe storie leggendarie. Ci vuole talento persino in talune cose: finire a letto con qualcuno per una “transazione”. Si tratta di affari. Ci vuole talento a dire no. Ci vuole coraggio a mostrarsi in mutandine davanti a un regista con gli occhi iniettati di sangue, riferiscono le vittime o testimoni,  chiamarle in un modo o nell’altro dipende dalla consapevolezza di ognuna. E’ tutto molto franante e banale, il loft privato, i massaggi, i provini in camera da letto.

Fausto Brizzi è un regista finito, con tutta probabilità. Come uomo non sappiamo. I suoi occhi iniettati di sangue sono il dettaglio che sbalza fuori dalla provetta di un esperimento empirico mediamente riuscito. Occhi che paiono innocui e noiosi, lo immaginiamo un giovane mansueto che una donna non noterebbe mai, non per meriti virili. Si potrebbe fare psicologia da due soldi. Non la facciamo. Però è facile dedurre alcune cose, in linea di massima, applicabili a ogni epigono fallico.

La vita di Brizzi è in pezzi, comunque vada. L’uomo con gli occhi senza guizzo. Sulla psicologia da due soldi, non resistiamo alla tentazione di osservare  il campionario di erectiones esibite come l’amaro traguardo, l’esercizio di potere in luogo di mancanze sottaciute. C’è un femminismo di ritorno che dovrebbe esultare in questa fase crepuscolare delle erectiones esibite, di miseri baluardi di machismo svuotato di qualsiasi appeal, qualora ne avesse mai detenuto la prerogativa. Il talento di una donna ingenera inquietudine, ove non lo si esprima nelle faccende di cui sopra. E questa è un’abitudine, è un pensiero oramai definito (potremmo aggiungere definitivo), una donna che abbia un talento, fuori dalle faccende di cui sopra, sa perfettamente che da questi si deve difendere, prima ancora che dal machismo becero (spesso deludente nelle aspettative, se vogliamo). Dobbiamo giustificarlo questo talento, poi attrezzarci e governarlo nelle reazioni altrui, maschili, altrui. Tuttavia, c’è sempre l’opzione liberante, liberatoria: l’opzione del rifiuto.

Se pur tutte, io no, potremmo chiosare, stentoree al cospetto di un divano dove non abbiamo nessunissima intenzione di finire. Le timide alla lunga vincono, forse, perché a guardarla da una parte è proprio una guerra. Le timide vincono forse perché non andrebbero mai in un loft privato, mostrandosi in mutandine? E il fatto stesso di asserire una cosa simile è già compiacere il machismo becero, il regista nudo come un piccolo essere, senza nemmeno i calzini, il regista che propone scene di smisurata passione, provare e riprovare, lui con occhi senza guizzo. E’ un processo pubblico, certo, è così. E’ ridicolo, chi ne viene investito ne sente addosso il fuoco della mortificazione, il pudore violato di certe cose innominabili, cose che, si sa, succedono, si fanno, ma che non si dicono, non si raccontano, perché sono tremendamente vergognose. Un uomo con un calzino bucato, ad esempio. Vergognoso, mai dirlo. Spostare il calzino sotto il divano (del produttore), subito. E’ come se in questo preciso istante stessimo tutti tirando lo sciacquone del water di casa nostra. Si fa, ma non si dice.