“Questa sono io. Ho lo sguardo basso: non volevo vedere anche il filo spinato. Un’umiliazione per noi, persone libere, perbene. Dietro di me c’è l’agente della Digos che ci ha scortato fino a casa. Mio marito ha rallentato il passo per poter scattare la foto”. Alla signora Lucia, pensionata, trema la voce. C’è lei nell’immagine simbolo di quello che accade a Melendugno, in provincia di Lecce, nella zona rossa istituita a protezione del cantiere del gasdotto Tap in arrivo dall’Azerbaijan. La recinzione con blocchi in cemento e grate è quella dei mesi scorsi. Sulla sua sommità, però, è comparso il filo di ferro e di spine. Come in Val di Susa. “Come a Gaza”, dice chi ha ribattezzato questo luogo la “striscia di San Basilio”.

Dalla notte tra il 12 e il 13 novembre, la grande contrada che porta il nome del santo d’Oriente è inaccessibile a tutti. Ad ogni varco, una pattuglia. Anche lungo la litoranea, anche dentro la pineta. Alt, documenti. Pare di stare alla frontiera. Entra solo chi ha il pass rilasciato dalla questura, perché proprietario di abitazioni o terreni. Neanche facilmente, a dire il vero. “Io non posso invitare un’amica o un parente a prendere il caffè. Mi dicono che risolveranno anche questo problema – dice Lucia – ma è già complicato per me arrivare a casa mia: mi costringono a passare da tratturi sterrati, fangosi, perché le strade sono sbarrate da cancelli e occupate da mezzi pesanti”.

È una giornata di sole. Dopo le piogge incessanti che hanno costretto al fermo, i lavori sono ripresi a pieno ritmo. L’intera zona è stata assegnata con ordinanza prefettizia “nella disponibilità delle forze di polizia”, per trenta giorni, prorogabili. Dopo i primi dieci, la convivenza è un rompicapo. E il clima asfissiante: “Io vengo accompagnata dalla Digos sin sulla soglia della mia abitazione e lì mi aspetta finché non esco. Poi – contesta ancora Lucia – un carabiniere mi spia da dietro il muretto”. Non sono allucinazioni, i proprietari hanno imparato a documentare, a fotografare. È a loro che si devono le uniche testimonianze che restituiscono in parte ciò che accade al di là. “A noi è stato detto che, se vengono giornalisti, non si deve lasciarli fare nulla”, dicono due poliziotti di guardia ad uno dei varchi.

“Non possono entrare neanche gli amministratori comunali né la Regione, se è ancora interessata a controllare. Non ci danno la possibilità di verificare cosa stanno facendo. Il recinto ha inglobato di più della parte regolamentare del progetto”, spiega Marco Santoro Verri, membro del Comitato noTap. Gianluca Maggiore, il portavoce, da venerdì scorso attende un pass che non arriva, richiesto in quanto titolare del contratto d’affitto, regolarmente registrato, relativo al terreno che da marzo ospita il presidio degli attivisti, davanti al cantiere.

Chi nella zona rossa ci è entrato, invece, non ha peli sulla lingua: “Un anno fa – dice Anna – ho chiesto di poter ristrutturare una casa di campagna. Si trova accanto al cantiere. Mi hanno risposto che c’è un vincolo paesaggistico. Ora hanno distrutto il territorio: muretti a secco, alberi millenari. Per me, però, vale il vincolo”. “Stanno lavorando nella mia proprietà – denuncia Alfonso, un contadino – senza che io abbia dato alcun permesso. Stanno costruendo il muro di cinta per la fascia cuscinetto a tutela del cantiere. Non mi hanno neanche avvisato”. “E a me sa cosa è successo? Hanno tagliato una strada che porta al mio fondo – racconta Niceta – e così io posso raggiungere solo sette ulivi, gli altri venti li guardo dalla grata e li saluto da lontano”.

È la stagione dell’olio buono, extravergine pregiato. La raccolta delle olive, però, è un’odissea. “Sono andato a raccoglierle nel campo di mia sorella, c’era la Finanza. Ho mostrato il permesso e la carta d’identità, hanno fotografato il numero di targa, poi dovevano cercare il mio nome su un registro. Ci hanno impiegato mezz’ora. A me fa comodo – ironizza Alfonso – perché mi alzo alle 6 del mattino per tornare a casa alle 12 e invece ora rientro alle tre del pomeriggio. Ad ogni posto di blocco devono di nuovo verificare. E a che serve il pass?”. 

video di Angela Gennaro

Contro l’ordinanza firmata dal prefetto Claudio Palomba i cittadini si stanno organizzando per presentare ricorso. Il Comune di Melendugno si costituirà “ad adiuvandum” al loro fianco, straniero com’è diventato in casa propria. “Si respira aria di militarizzazione, le persone si sentono controllate. A nostro avviso – rimarca il sindaco Marco Potì – il provvedimento prefettizio, basato su ragioni di sicurezza, è motivato in modo abnorme. Da quanto sappiamo, qui ci sarebbero 650 agenti, per un costo esorbitante di 50-80mila euro al giorno di extra. Si vogliono favorire i lavori di questa multinazionale per un’opera riconosciuta sì strategica e di pubblica utilità, ma che resta privata e per i prossimi 25 anni non darà vantaggi economici allo Stato italiano”.

Melendugno, meno di 10mila abitanti a metà strada tra Lecce e Otranto, aveva costruito per sé un altro futuro. “Il punto di approdo del gasdotto è sulla spiaggia di San Basilio, da sette anni Bandiera blu, da cinque anni 5 vele di Legambiente. Non poteva essere scelto luogo più sbagliato”, riflette Enzo Tommasi. È uno dei ristoratori di San Foca, tra le poche marine salentine capaci di vivere tutto l’anno. Fino a dieci giorni fa. “Dalle 17 in poi non circola più nessuno, sembra ci sia il coprifuoco. Ci sono solo poliziotti. Continuare così non si può”, aggiunge Salvatore Micelli, nella sua enoteca.

La piazzetta è piccola, ben curata, vicina al porto che turisti e pescatori dividono. Al bancone del suo bar, Gianni Potenza ha esposto la bandiera noTap: “Siamo abituati alla provvisorietà che diventa regola. Temiamo che questa ordinanza venga prorogata per anni, fino alla fine dei lavori. Chiediamo che il prefetto venga qui a parlare con noi, perché firmando quell’atto ha dimostrato di non conoscere il territorio”. Inizia a calare il buio. Per le forze dell’ordine è il momento del cambio della guardia, imponente. C’è chi abbassa la saracinesca: di sera molti locali non aprono più, non ne vale la pena.