Il posto fisso nel pubblico come garanzia e prigione al posto stesso. Quello agognato da Chiara tutta una vita, ma che poi diventa una gabbia. Perché da una parte c’è chi si sente protetto e intoccabile e dall’altra chi non vuole perdere tutto per colpa di un’ingiustizia. Tra le storie che sono arrivate alla casella di posta tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it sulle violenze e gli abusi di potere sul posto di lavoro, un capitolo a parte riguarda chi lavora per enti pubblici, ovvero posti dove la tutela dovrebbe essere massima e invece ci si trova incastrati in dinamiche di minacce e sottintesi. Hai poco più di 30 anni e ti ritrovi ad accettare in silenzio attenzioni e offerte più esplicite. Le respingi, ma non basta e vieni “punita”. Chi si mette contro i capi? E’ la domanda che fa Chiara, spiegando la dinamica di quando cominci a pensare che “forse sei tu”. E’ la logica del potere, dice. Per Tatiana è stato un gioco simile: arriva poco più che ventenne e le spiegano le regole. Il capo porta l’amante e lei deve stare zitta. E fin qui pazienza. Poi viene aggredita nel corridoio e al suo no riceve la frase lapidaria: “Farfallina con me potresti bruciarti le ali”.

Ho detto no, ma l’ho pagata cara – Chiara si è trovata a rimpiangere di aver vinto il concorso della vita nella pubblica amministrazione, quello che aveva desiderato per anni. Perché per tenerselo, ha deciso di accettare in silenzio molestie e pressioni. E quando ha scelto di opporsi alle richieste, è stata punita. “Avevo tanto desiderato un lavoro. Avevo 36 anni e ancora vivevo il dramma del precario e dei mancati pagamenti al lavoro fatto. Poi finalmente il concorso anche se per una categoria bassa, sebbene avessi la laurea e anche di più. Il posto fisso, l’assegnazione alla segreteria dei grandi capi dell’azienda. Poi con il tempo l’incubo. Gli sguardi, frasi ambigue, passaggio bloccato se passavo o reso piccolo. Il venirsi a sedere vicino a me per ‘fare la lettera’ da lui dettata insieme. L’interrogatorio sulla vita personale, i riferimenti ai vestiti, in alcuni casi troppo da ‘maestrina’ secondo lui. Sfuggire alle situazioni in cui rimani sola con lui, accorgerti che ti osserva e fare finta di nulla. Desiderare solo di scappare da quel posto così invidiato. Lui mi faceva promesse di carriera. Faceva sembrare tutto facile. Io ho detto no, ma l’ho pagata cara. Spedita a fare altro perché ho avuto il coraggio di scrivere in forma privata (solo a loro) quello che subivo”. Chiara, dice anche che non ha avuto “il coraggio di denunciare e andare avanti”: “Quando queste cose capitano a lavoro e tu desideri solo lavorare, hai paura di passare tu per quella che crea problemi. Ho tenuto nascosto tutto, mi sono presa la loro ‘punizione’, ma a distanza di quasi un anno questa ferita sanguina ancora. Molti parlano delle molestie e abusi sul luogo di lavoro. Ma dietro a queste cose c’è un mondo nascosto. Ci sono io, (e credo altre) che per tenermi il lavoro in una pubblica amministrazione ho detto no a certi atteggiamenti e l’ho pagata cara. Mi sono rivolta a specialisti del settore non per azioni giudiziarie (io sono la prima che per salvaguardare il mio lavoro e professionalità preferisco risolvere il tutto bonariamente), ma per farmi aiutare a superare quello che mi è successo. Per la legge penale la testimonianza della persona lesa potrebbe bastare se attendibile, ma per la legge civile no. Per il mobbing devono essere sei mesi dice la giurisprudenza e poi pretendono testimoni. Ma chi si mette contro i capi? Tutti ignorano che loro si fanno furbi. Sanno la legge e gli orientamenti ed evitano di sbilanciarsi apertamente. Fanno tutto in modo sommerso. Ma posso garantirvi che per farti male basta anche un mese in cui ti stanno addosso. Le molestie e abusi sul luogo di lavoro sono devastanti perché il lavoro per noi è importante specie se lo vuoi fare bene. Iniziano con piccole cose, battutine e poi piano piano si allargano. Tu nel frattempo inizi a pensare forse sono io che ho capito male, forse sono io a pensare male. Fino a quando poi con scuse banali cercano un avvicinamento. Certo lui non è riuscito nel suo intento, ma riuscire in questa impresa è stato emotivamente pesante e doloroso perché oltre a lavorare dovevo stare lì attenta a ogni sua mossa. È gente di potere e lo usa per i propri comodi”.

Farfallina, con me potresti bruciarti le ali – Tatiana è arrivata nell’ufficio dell’ente pubblico a 23 anni: era il lavoro della sicurezza, quello che avrebbe potuto metterla tranquilla per sempre e cominciare a farle costruire una vita. Ma le regole erano diverse: prima il collega che le chiede di non farsi vedere in determinate ore perché lui deve ricevere l’amante, poi l’aggressione del capo più anziano in corridoio. Lei lo respinge divincolandosi, lui le dice: “Farfallina con me potresti bruciarti le mani”. Scoprirà solo dopo, grazie ai racconti delle colleghe, che quel dirigente lo chiamavano il “chirurgo perché al pomeriggio riceveva le donne, visitandole come fosse un vero medico. “Pochi giorni dopo il mio arrivo”, racconta, “il collega anziano stabilisce chiaramente delle regole: ha una amante che ogni giorno viene a trovarlo in ufficio dalle 10 alle 12. E in quegli orari io devo uscire. La cosa non mi quadra e dopo un po’ mi accorgo che non solo devo sopportare questa assurda situazione, ma anche il fatto che lui esce con lei alle ore 13, l’accompagna a fare la spesa e quindi ritorna, poco prima della timbratura, prende tutto il lavoro da me svolto e se lo mette sulla sua scrivania. A fine mese dichiara di aver fatto ore di straordinario e a supporto adduce tutto il lavoro così trasbordato dalla mia alla sua postazione di lavoro. Io decido di andare a denunciare l’odioso collega e il suo comportamento scorretto al direttore. Rimango incredula, la risposta è lapidaria: ‘Devi capirlo è un uomo, la moglie lo trascura’. Capisco e con la coda fra le gambe cerco di assuefarmi a questa nuova condizione ponderando seriamente il licenziamento. Il giorno dopo, uscendo dal bagno, il direttore mi prende da dietro e mi trascina contro il muro cercando di baciarmi. Io avevo 23 anni, lui era prossimo alla pensione. Non resisto allo schifo, mi divincolo e sbatto lui contro il muro. La sua risposta è sconcertante: ‘Farfallina con me potresti bruciarti le ali’. Così, mi aspetto di essere licenziata da un momento all’altro, ma i mesi passano e nell’attesa della mannaia decido di confidarmi con un’altra giovane collega. E’ successo anche a lei. E cosi  a tutte le donne che sono entrate in quell’ente, tutte hanno subito lo stesso trattamento. Ho saputo in seguito che in ufficio teneva una cappa bianca da chirurgo. Al pomeriggio, durante gli straordinari, si denudava e indossava la famosa ‘cappa’ iniziando le ‘visite’ come un vero medico. Le donne che rimanevano erano avvertite. Nonostante ciò credo di essere stata l’unica a non aver partecipato alla sua festa di pensionamento né al regalo di rito. Il collega di stanza, beh quello l’ho denunciato per furto! Negli anni mi sono accorta che non esitava ad intascare i soldi degli utenti. Ovviamente né il nuovo direttore né il nuovo presidente volevano denunciare il fatto. Anche se ero piccola non era difficile intuire che prima o poi la colpa degli ammanchi sarebbe ricaduta su di me. Così mi impuntai e riportai tutto ai carabinieri. Il presidente (socialista) allora mi convocò nel suo ufficio con il direttore (democristiano) e mi fece un discorso veramente chiaro. Questo episodio non credere ti farà fare carriera. Dopo due anni il presidente fu arrestato in quanto coinvolto in una inchiesta per corruzione. Condannato. Il direttore fu invece arrestato più tardi, analoga accusa. Credo che il reato sia prescritto, ma qualche giorno di galera l’ha fatto. Io, dal canto mio non ho fatto una gran carriera. Ma ho grande stima di me“.