Per il maresciallo del nucleo investigativo dei Carabinieri Guido Costantino, le verifiche effettuate nelle ultime settimane “fanno emergere un quadro positivo sulla genuinità delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Antonio Valerio”al processo Aemilia, il primo maxi procedimento alla ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Gli “accertamenti a 360°” aggiungono informazioni che si intrecciano con scenari inquietanti, come l’ipotesi di una trattativa “forze dell’ordine/’ndrangheta” alla fine degli anni Novanta, di cui Valerio parla ai pm negli interrogatori estivi. Un’ipotesi in cui torna a fare capolino anche Paolo Bellini, la primula nera indicato come l’uomo di altre trattative, ben più delicate.

A Reggio Emilia avvennero allora alcuni episodi apparantemente slegati tra loro: gli omicidi di Giuseppe Abramo e di Oscar Truzzi, il 9 dicembre del ’98 e il 16 aprile ‘99; il tentato omicidio dello stesso Antonio Valerio il primo maggio ‘99; il lancio di un ordigno dentro al bar Pendolino a Reggio Emilia nel dicembre ’98 con 14 feriti, alcuni gravi. Sei mesi nei quali le pistole spararono e le bombe esplosero senza che in provincia si capisse chi, come, perché.

Eppure, con eccezionale tempismo, un mese dopo l’ultimo tentato omicidio le agenzie batterono il 7 giugno 1999 la notizia di tre arresti a conclusione delle indagini: “Sono finiti in carcere Paolo Bellini, Giulio Bonaccio e Vincenzo Vasapollo, tutti pregiudicati”. Bonaccio e Vasapollo erano esponenti di spicco della ‘ndrangheta cutrese che stava cambiando pelle in quegli anni tra Reggio Emilia e la Calabria; Paolo Bellini un’arma da fuoco nelle mani di tutti e nessuno, un reggiano doc difficilmente controllabile. Conosciuto come la “primula nera” per il suo passato nella estrema destra, fu coinvolto all’inizio degli anni Novanta nelle trame eversive di Cosa Nostra secondo le testimonianze rese dal mafioso Giovanni Brusca. Bellini entrò in contatto con Totò Riina attraverso il suo luogotenente Antonino Gioè, racconta Brusca, e fu lui a trattare per conto dei carabinieri l’offerta di privilegi carcerari a cinque boss mafiosi condannati all’ergastolo in cambio della restituzione di opere d’arte rubate alla Pinacoteca di Modena. Al processo Aemilia Paolo Bellini venne a testimoniare un anno fa per i suoi trascorsi al servizio dei Vasapollo, compreso il tentativo di ammazzare Nicolino Grande Aracri. Alla domanda dei pm: “Quanti omicidi ha commesso nella sua vita?” la risposta fu: “Esattamente non ricordo. Di certo tutti quelli per cui sono stato condannato”.

Torniamo ai fatti di sangue di fine secolo a Reggio Emilia: si trattò dell’assalto, forse tardivo e disperato, del gruppo Vasapollo Ruggiero al fortino reggiano sempre più solido dei Dragone Grande Aracri, come racconta la storia delle indagini e dei processi? Oppure si trattò di una abile strategia di “destabilizzazione”, messa in campo dagli stessi uomini del clan Dragone, con l’obbiettivo di portar fuori dal carcere il boss Antonio, il figlio Raffaele e il Raffaele nipote, come pensò allora e ricorda oggi Antonio Valerio?

Dice il collaboratore nell’interrogatorio del 28 luglio: “Noi eravamo profani e non capivamo cosa stesse succedendo, ma lui, Nicolino Grande Aracri, anche se è in galera, lo ha intuito che cos’era. Loro creano questa destabilizzazione…”
“Loro chi?” chiede il procuratore antimafia Mescolini.
“I Dragone. E Antonio Macrì detto Topino. E Giulio Bonaccio. Per quale motivo? Per fare uscire il Dragone di galera. Che non usciva mai, sto cristiano. Quindi c’era bisogno di un input forte per poter dire: signori, qua c’è il male, c’è la malattia, e qua c’è la medicina. Mi fai uscire? Il gioco era quello lì, un dare per avere. Secondo la loro logica ci poteva essere una trattativa”.
Poi spiega ancora meglio: “Topino aveva fatto accordi con Bonaccio per fare dei baratti e avere, come dire, dei reali e concreti accordi con le forze dell’ordine. Cioè praticamente cercavano di fare questi atti forti per poi dire: c’è questa pistola che spara, noi ti facciamo trovare o ti diamo la soluzione, e in cambio…”

Una strategia dunque in tre fasi: primo, creo scompiglio e morte; secondo, offro i nomi degli autori di questo macello e la promessa di smetterla; in cambio, terzo, ottengo indulgenza verso i nostri capi in carcere. L’urgenza di fare uscire Raffaele Dragone dalla galera è spiegata in modo chiaro: “Raffaele era diabetico. C’era la paura che non superasse la questione, che poteva collaborare. O come Mimmo Lucente che dopo la condanna definitiva si impiccò in cella. Quindi erano due le alternative: o collaborava e accusava i suoi parenti o…”
Ronchi: “O si uccideva”.

Il maresciallo Guido Costantino, nell’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia, il 14 novembre ha accreditato indirettamente questa preoccupazione: il 2 maggio 1997 la sentenza definitiva per gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, compiuti a Reggio Emilia nel 1992, mandò in carcere all’ergastolo come mandanti Raffaele Dragone e Domenico Lucente, senza arrivare a fare chiarezza su altri complici ed esecutori. Morto Lucente dunque, solo Raffaele poteva cedere in carcere e fare quei nomi. Da qui l’ansia di farlo uscire, perché tra i nomi stavano pezzi da novanta: Nicolino Sarcone, futuro capo della cosca a Reggio Emilia, e Nicolino Grande Aracri, reggente per i Dragone mentre il boss Antonio era in carcere.

In un altro interrogatorio Valerio precisa che l’obbiettivo era fare uscire anche lo stesso capo: “Doveva uscire Antonio Dragone, giusto. Ecco perché io usavo la parola destabilizzazione. Mandiamo qualcuno al macero, facciamo fare dei fatti. Per poi vendere chi ha fatto l’azione e far risolvere la questione e poi avere un premio, fare uscire Dragone”.

Ci fu davvero una trattativa? Di certo ad orientare le rapidissime indagini sui fatti del ’99 fu nientemeno che Raffaele Dragone dal carcere di Sollicciano. Disse al sostituto procuratore Maria Vittoria De Simone: “Indagate su Bellini”. Giulio Bonaccio, considerato da Valerio uno degli autori del progetto di trattativa, venne arrestato perché incastrato da Bellini che fece il suo nome mentre era intercettato dalla polizia. Ma Bellini è stato condannato a 23 anni e Vincenzo Vasapollo a 14; Bonaccio è stato invece assolto definitivamente il 21 gennaio 2005 ed è tornato libero.

Liberi a quella data sarebbero stati anche Raffaele Dragone, figlio di Antonio, lo stesso Antonio e l’ideatore della trattativa Topino Macrì, se non fossero tutti e tre morti. Il Raffaele figlio di Antonio venne ucciso il 31 agosto 1999 a Santa Severina nel crotonese; erano passati solo quattro mesi dall’attentato a Valerio. Suo padre uscì dal carcere nel dicembre 2003 e venne freddato il 10 maggio del 2004 da un commando armato di bazooka e kalashnikov mentre scendeva da Cutro a Steccato sulla sua Lancia blindata. Antonio Macrì detto Topino fu seppellito nel 2000 sotto 17 metri di terra a Cutro perché il suo corpo non venisse mai ritrovato. Tutti e tre erano liberi, con o senza il patto tra ‘ndrangheta e forze dell’ordine di cui parla Valerio negli interrogatori. Ma tutti e tre non avevano fatto i conti con il nemico che si erano allevati in casa: il signor Nicolino Grande Aracri, residente in contrada Scarazze a Cutro.