L’eco si sentiva già in lontananza nel primo pomeriggio di venerdì 17 novembre. Totò Riina, il sanguinario capo dei capi di Cosa Nostra, aveva da poche ore esalato il suo ultimo respiro. Televisioni e giornali di tutto il mondo erano lì a ricordare il curriculum di stragi e omicidi del boss corleonese: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i volti delle centinaia di vittime e tutto il resto, superando in qualche occasione – a volte di qualche centimetro, altre di alcuni chilometri – il limite massimo concesso alla retorica e invadendo la metà campo della banalità. Succede.

Nel frattempo, però, un altro tipo di narrazione – molto meno banale ma non per questo inedita – cominciava a farsi strada in quelle ore: visto che Riina non c’è più, a questo punto che senso ha parlare ancora di mafia? Se Riina non c’è più, la stessa mafia non esiste più: a che pro, dunque, continuare a perderci tempo? Sembra una battuta da Spinoza, o forse un estratto di qualche vecchio film di Ciprì e Maresco. E invece è bastato aspettare qualche ora per vedere quella proposta condensarsi in inchiostro stampato sui giornali.

Comunque la si pensi su Giuseppe Sottile, entrato ragazzo al mitico L’Ora di Palermo negli anni 60, vicedirettore del Giornale di Sicilia nei drammatici anni 80, non si può non convenire sul fatto che sia baciato da fine intelligenza. E infatti è il primo a giungere a meta, con un articolo pubblicato sul Foglio il 18 novembre. Titolo: Quel che resta della mafia dopo Riina. Uno lo legge e pensa: molto poco.

D’altra parte, lo dicono le indagini e le inchieste. Le stesse che recentemente raccontano di come la morte del capo dei capi possa coincidere con una riorganizzazione di Cosa nostra, ormai mutata nel suo dna. Dentro l’analisi del Foglio, però, non ci sono dati, fatti o voci di investigatori. Sottile, invece, coglie l’occasione per prendersela con “quelle confraternite conventicolari che giorno dopo giorno vi raccontano il romanzo nero dei mandanti occulti, dei servizi deviati, delle trame oscure; e che fantasticano di uno Stato complice dietro le stragi del ’92”.

Ora, sorvolando sulla locuzione di “confraternite conventicolari” – che sarebbero, si immagina, i cronisti di giudiziaria e i magistrati – a parlare di possibili e mai individuate presenze esterne a Cosa nostra nei botti del ’92 e ’93 sono alcune sentenze definitive che condannano gli esecutori delle medesime stragi. Le stesse sentenze citate da Pietro Grasso – che è sì un ex magistrato, ma è anche la seconda carica dello Stato – il giorno della morte di Riina per rilanciare le inchieste sui tanti buchi presenti ancora oggi – 25 anni dopo – nella ricostruzione di quel biennio fondamentale.

È lecito chiedersi come è possibile che un viddano semianalfabeta come Riina abbia potuto scatenare il panico indisturbato per 30 anni senza che nessuno scalfisse minimamente il suo potere? È lecito provare a capire cosa sia successo in via d’Amelio, uno degli eccidi più misteriosi della storia d’Italia, ancora oggi pieno di incongruenze? Per Sottile no. Anzi, dopo aver spiegato che la mafia si è molto indebolita dai tempi di Totò ‘u curtu – fatto assolutamente certo – il giornalista del Foglio tira in ballo “i puri e duri dell’antimafia militante per quali non si può nemmeno ipotizzare un adeguamento degli apparati investigativi alle nuove dimensioni e alla nuova stratificazione che il fenomeno presenta”. Cosa dovremmo fare ora che Riina è morto? Abolire la Direzione nazionale antimafia, la Direzione investigativa antimafia, il Raggruppamento operativo speciale? Tagliare qualche centinaio di posti da magistrato in giro per l’Italia?

Sembra una provocazione, ma il Foglio è solo il primo quotidiano a ventilare un’ipotesi del genere. Piero Sansonetti sul suo ultimo giornale – per chi fosse interessato, si chiama Il Dubbio – pubblica un articolo dal titolo eloquentissimo: Morti Provenzano e Riina, ora aboliamo il carcere duro. Addirittura abolire il carcere duro?

“Non è facilissimo credere a questa tesi – si schernisce Sansonetti – Ma facciamo uno sforzo, e crediamoci”. E sia: facciamo uno sforzo, crediamoci. “Ora che i due capi non ci sono più e che il vertice di Cosa Nostra è stato disarticolato, che senso ha mantenere il 41 bis?”, si chiede l’autore. Rispondendosi peraltro subito dopo.

Mantenere il 41 bis – sentenzia l’ex direttore di Liberazione – non risponde oggi a nessuna esigenza di sicurezza o di investigazione. Dopo la morte dei due capi, anche dal punto di vista formale (o dell’immaginario), risponde solo all’esigenza di mandare un messaggio di durezza, che possa servire come monito, come intimidazione”. Può mai lo Stato mandare un monito ai mafiosi? Un messaggio di durezza tipo: se fate i mafiosi, estorcete denaro, ricattate e uccidete persone, noi vi arrestiamo e vi mettiamo al 41 bis? Giammai.

Anche perché, scrive sempre Sansonetti, “l’impressione è che (Cosa Nostra ndr) non abbia più, da tempo, un ruolo centrale nell’organizzazione e nella direzione del crimine nel nostro paese”. Il dubbio che quel ruolo centrale sia oggi occupato da un’altra mafia – magari la ‘ndrangheta – non sfiora nemmeno lontanamente il direttore del Dubbio. Il quale dovrebbe conoscere bene il tema avendo diretto anche un quotidiano in Calabria – Calabria Ora – territorio in cui la stessa ‘ndrangheta non è esattamente l’ultimo dei problemi.

In quel periodo, però, Sansonetti deve essersi occupato d’altro, visto che sembra non sapere che il carcere duro si applica anche agli appartenenti delle altre organizzazioni, oggi più potenti e pericolose di Cosa nostra. Senza considerare che al 41 bis ci sono decine e decine di colonnelli di Riina e Bernardo Provenzano – praticamente tutto il gotha degli stragisti, più soldati ed esecutori – e che è solo per questo motivo se oggi si può parlare di una Cosa Nostra ridimensionata.

I fratelli Graviano o Leoluca Bagarella – solo per citare qualche nome – non amministrano più potere di vita o di morte in giro per l’Italia solo perché sono al carcere duro: non certo perché hanno deciso di cambiare mestiere. Senza il 41 bis, camorristi e ‘ndranghetisti – ma anche gli stessi mafiosi –  andranno a cercarsi un posto pubblico per una qualche misteriosa conversione allo Stato di diritto o viceversa moltiplicheranno impegno nelle loro più canoniche attività, non avendo più neanche il timore di finire in celle minuscole e isolate?

Sansonetti, però, va addirittura oltre. E con la scusa di commentare l’ormai nota testata di Roberto Spada al giornalista di Nemo, Daniele Piervincenzi – e il successivo arresto del picchiatore per lesioni aggravate dal metodo mafioso – si produce in un’ipotesi ancora più estrema. “Una legge che procede con il doppio binario, utilizzando l’articolo 416 bis del codice penale (associazione mafiosa) per bypassare le garanzie offerte dai codici, può avere un senso – forse – per un periodo molto breve e di grande e vera emergenza.

Aveva un senso, probabilmente, nel 1992, dopo gli attentati, le uccisioni, e poi nel 1993, l’anno delle stragi. Oggi è ingiustificabile. Non c’è una emergenza mafiosa e sono passati 25 anni da quelle stragi”. Tradotto: non c’è più la mafia di una volta, quindi cominciamo ad abolire un po’ di leggi antimafia. Il 41 bis, certo, ma anche la stessa associazione mafiosa. E poi la Dia, la Dna, il Ros.

Un passo di civiltà per evitare che i tanti galantuomini attivi nel settore si sentano braccati in modo incivile. Un’idea davvero geniale, che riporterebbe la storia indietro di una quarantina d’anni, ai processi di Bari e Catanzaro, coi mafiosi come Riina, Provenzano e Luciano Liggio assolti per insufficienza di prove. E che farebbe di questo Paese finalmente uno Stato in cui la mafia non esiste. Ma solo per la legge. Fuori dai codici, purtroppo per Sansonetti e tutti gli altri, la situazione è un pelino diversa.