In principio fu lo storico summit del Grand Hotel delle Palme a Palermo. Da una parte i padrini siciliani, dall’altra i gangster americani, tornati a casa per provare a fare evolvere gli antiquati cugini. Un tentativo riuscito: anche troppo. Poi fu la volta delle assisi collegiali, con votazioni segrete, regole che ambivano alla democrazia,  persino incompatibilità tra cariche. Quindi vennero gli anni nerissimi: dalle commissioni si passò ai triumvirati, poi ai capi fantoccio, fino a quando Cosa nostra non divenne semplicemente cosa sua. Sua di Totò Riina, l’ultimo capo dei capi riconosciuto, titolare di un regno lunghissimo: dai primi anni Ottanta, cioè dopo la cosiddetta seconda guerra di mafia, all’esalazione del suo ultimo respiro, il 17 novembre del 2017. 

“Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno“, dicevano due boss della storica famiglia di Villagrazia riferendosi a Riina e a Bernardo Provenzano. Tradotto: se non fossero morti entrambi gli anziani padrini, malati e detenuti al 41 bis, Cosa nostra non si sarebbe mai potuta riorganizzare. Ed è per questo motivo che adesso – morti sia Binnu ‘u tratturi che Totò ‘u curtu – osservatori e analisti si interrogano: che succederà dentro Cosa nostra? Sarà subito individuato un nuovo capo per riorganizzare e rilanciare l’organizzazione ridotta ai minimi termini dopo le stragi decise da Riina? O il nuovo superboss è già stato indicato in gran segreto? Ci sarà una nuova stagione di guerra dovuta proprio a una vacatio di potere? O la piovra tornerà all’antica, inabissandosi e tornando a un regime collegiale di gestione degli affari?

Il futuro: una nuova Commissione? – Tutte domande legittime, alle quali corrispondono altrettante opinioni di magistrati, inquirenti e storici, ma che non possono avere per il momento alcuna risposta. In questi giorni successivi alla morte di Riina, però, è la mitologia di Cosa nostra ad avere ripreso il sopravvento. Da più parti si immagina il ritorno della commissione, la Cupola, che dovrebbe essere già pronta ad eleggere il nuovo capo dei capi. Per la verità, però, al momento non c’è alcun elemento investigativo che suggerisca un’ipotesi simile. Una e una sola è la certezza: l’ultima riunione della cupola risale al 15 gennaio del 1993, giorno dell’arresto di Riina. Per risalire alla prima, invece, bisogna andare indietro nel tempo di sessant’anni esatti.

La prima volta: l’hotel delle Palme – È il 12 ottobre del 1957 e a Palermo, nel lussuoso hotel delle Palme di via Roma arrivano degli ospiti particolarissimi: ben vestiti, capelli impomatati, parlano un italiano stentato, pieno di parole americane e qualche traccia di dialetto del Sud Italia. Anche le generalità raccontano di migrazione: accanto a nomi di battesimo inglesi ci sono cognomi italianissimi. Lucky Luciano, Joseph Bonanno, John Bonventre, Carmine Galante, Frank Garofalo, Santo Sorge: nessuno ancora lo sa, ma quei signori distinti sono il gotha di Cosa nostra negli Stati Uniti d’America. Nella hall dell’albergo incontrano un altro gruppo di persone, che però hanno un aspetto molto diverso: indossano giacche di velluto, camicie di fustagno, qualcuno ha anche la coppola. Sono Gaspare Magaddino da Castellammare del Golfo, Vincenzo Rimi di Alcamo, Cesare Manzella di Cinisi , Giuseppe Genco Russo di Mussomeli. Forse c’erano anche i palermitani SalvatoreCicchitedduGreco e Angelo La Barbera: sembrano agricoltori, ma sono i capi delle famiglie mafiose siciliane. Convocati dai cugini d’Otreoceano che sono tornati in Sicilia per avanzare una proposta: entrare nel traffico internazionale di stupefacenti. Alle Palme – come dicono i palermitani – i due gruppi rimarrano quattro giorni, fino al 16 ottobre. Quando lasciano l’hotel è praticamente nata una nuova Cosa nostra: quella che gestirà droga e potere su due continenti praticamente per mezzo secolo. In quei quattro giorni, però, non si parla solo di affari. Gli americani, infatti, propongono ai siciliani di dotarsi di una struttura di vertice come già avviene negli Stati Uniti: la chiamano “Commissione” e serve ad organizzare l’ordine tra le file dei vari clan, risolvendo – quando è il caso – i conflitti interni.

Una struttura segreta svelata solo da Buscetta –  Un’idea che piace anche ai siculi. Che infatti costituiscono una loro Cupola: la sua esistenza rimarrà segreta per trent’anni, fino al pentimento di Tommaso Buscetta, il cicerone che condurrà Giovanni Falcone a scoprire il ventre molle di Cosa nostra. È l’accento americano di Buscetta a narrare al mondo la struttura della piovra dall’aula bunker dell’Ucciardone, dove depone al Maxi processo. Solo a quel punto si scoprirà che Cosa nostra è divisa in “famiglie“, ognuna guidata da un capo, detto “rappresentante“, eletto da tutti gli “uomini d’onore“, assistito da un vice e da un “consigliere”. Le elezioni si svolgono ovviamente in gran segreto con gli immancabili pizzini che contengono le preferenze. In ogni famiglia gli uomini d’onore – detti anche “soldati“- sono coordinati, a gruppi di dieci, da un “capodecina“. Due o tre  famiglie costituiscono un “mandamento” e i capi-mandamento (anch’essi eletti) fanno parte della “Cupola“, che è il massimo organismo dirigente di Cosa nostra. Nella prima Commissione, quella nata su input degli americani e guidata da Salvatore Greco, vigevano addirittura clausole d‘incompatibilità: il capomandamento scelto da due o più famiglie doveva essere un mafioso minore non un capofamiglia. Un modo per non concentrare il potere in mano a pochi boss.

Guerre e triumvirati – Divieto che salterà presto. E che sarà uno dei casus belli della prima guerra di mafia: i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera si risentirono molto quando una serie di boss (come Michele Cavataio o Calcedonio Di Pisa) iniziarono a sommare l’incarico di capo famiglia e capomandamento. Dopo la prima guerra di mafia ecco che Cosa nostra torna a riorganizzarsi: viene nominato un triumvirato per dirimere i dissidi tra le varie cosche. Ne fanno parte Gaetano Badalementi, Stefano Bontate e Luciano Liggio, latitante e spesso sostituito da Riina. Da lì si passerà poi a una seconda commissione, guidata sempre da Badalamenti. È l’inizio della fine. I clan palermitani di Bontate e da Salvatore Inzerillo sono ormai multimiliardari grazie alla gestione in esclusiva degli stupefacenti con gli Stati Uniti. I due boss imperversano all’interno della commissione dove continuano ad essere formalmente eletti dagli uomini d’onore delle rispettive famiglie.

I voti di Bontate, la scalata di Riina – Elezioni che erano una farsa. Almeno stando a quanto confidato nel 2016 da Salvatore Profeta, boss di Santa Maria di Gesù, tornato libero dopo essere stato condannato ingiustamente per la strage di via D’Amelio, e poi nuovamente arrestato dopo pochi mesi. “All’epoca le elezioni si facevano mi pare ogni cinque anni: ma sempre Stefano Bontate acchianava (veniva eletto ndr)”, diceva l’anziano boss intercettato ricordando i tempi passati. Durerà ancora per poco. Il ghigno di Riina è ormai sullo sfondo: prima fa estromettere Badalamenti dalla commissione, poi con gli omicidi Bontate e Inzerillo comincia lo sterminio dei palermitani. È la seconda guerra di mafia, quasi mille morti ammazzatti, tutti o quasi dalla stessa parte: una vera e propria mattanza. Poi, con le acque ormai calme verrà il momento dei prestanome: al vertice della Commissione viene eletto Michele Greco, il Papa di Cosa nostra, ma è solo la testa di legno di Riina, che impera sullo sfondo. Ci vorrà l’arresto del Papa per convincere il capo dei capi a farsi avanti senza farsi scudo con nessuno: si incorona ufficialmente unico imperatore di Cosa nostra, senza votazioni o clausole d’incompatibilità: ci rimarrà per più di trent’anni, fino alla morte. Ora quel posto è libero.

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