Assediato mediaticamente, messo all’angolo politicamente, scaricato anche da chi credeva essere suo alleato: Carlo Tavecchio sta vivendo così quelle che con tutta probabilità saranno le sue ultime 24 ore da presidente della Figc. La sua era alla guida del pallone italiano volge al termine: volente o nolente, dimissionario o sfiduciato, domani sarà costretto a mollare la poltrona che occupa da tre anni. Resta solo da capire se lo farà spontaneamente, prendendo coscienza di una situazione compromessa, o se deciderà di andarsi a schiantare contro i numeri di una maggioranza che non esiste più, e di un consiglio federale che potrebbe anche essere dichiarato decaduto.

 IL NO DI ANCELOTTI – La giornata di sabato è stata decisiva per segnare il destino del dirigente di Ponte Lambro: prima il no fatto filtrare da Carlo Ancelotti, poi la sfiducia della Lega Pro determinante per la maggioranza in Federcalcio. Un uno-due da ko. Un big per la panchina azzurra era la carta della disperazione per presentarsi con un nome a cui fosse impossibile dire di no. Ancelotti si è tirato fuori dalla corsa per interposta persona (una dichiarazione in radio del procuratore Giovanni Branchini) , mentre più o meno negli stessi minuti anche i vari Allegri, Conte, Spalletti (considerati come principali alternative) facevano sapere di non essere disponibili. Niente sostituto di Gian Piero Ventura (e del resto era un’illusione pensare di poterlo trovare nel giro di così pochi giorni), niente jolly da giocarsi in consiglio.

LA SFIDUCIA DELLA LEGA PRO – Ancora più pesante, però, è stata la notizia della decisione della Lega Pro di non essere disponibili ad appoggiare un Tavecchio-bis. Il presidente Gabriele Gravina gliel’ha comunicata di persona, in una lunga telefonata a tarda sera, che gli ha fatto capire di essere ormai arrivato al capolinea. Dalle scelte dei delegati della terza serie (da poco tornata a chiamarsi Serie C) dipendeva infatti un po’ tutto il futuro del governo del pallone, visto che anche i dilettanti di Cosimo Sibilia, vero ago della bilancia con 6 consiglieri su 16, avevano fatto capire di essere disposti ad andare avanti con l’attuale presidente, ma solo a patto di avere una maggioranza larga, in grado di fare le riforme. Condizione che è venuta meno ieri sera.

In realtà, il presidente Tavecchio fino all’ultimo ha provato a resistere. Anche a Gravina ha ribadito di non essere disposto a cedere: “Ho i numeri, voglio andare avanti”. Lo dimostrano anche le dichiarazioni del commissario e futuro presidente (sarà eletto giovedì) della Serie B, a lui molto vicino, che ha chiesto di posticipare la riunione in modo tale da poter essere presente e dar man forte a Tavecchio. Tutto inutile. Il numero uno della Figc è stato scaricato anche politicamente, dal ministro dello Sport Luca Lotti e dal presidente del Coni Giovanni Malagò. “Non ha più la credibilità per portare avanti le istanze del nostro mondo”, ragionano nell’ambiente. Ormai è solo questione di tempo.

DIMISSIONI O DECADENZA – Tavecchio a questo punto ha due strade davanti. La prima, la più probabile e auspicata da tutti, è accettare la sconfitta, presentarsi dimissionario al consiglio e gestire la transizione verso nuove elezioni, a inizio 2018. L’altra, invece, è tentare un’ennesima, disperata resistenza: rilanciare con un programma di riforme infarcito di promesse varie (il ritorno del semiprofessionismo per la Lega Pro, l’incentivo per l’utilizzo dei giovani per le nazionali, le seconde squadre per i grandi club); chiedere un atto di fiducia e di riconoscenza ai suoi cari vecchi Dilettanti (l’impero che ha guidato per 16 anni); puntare a prendere altro tempo, in modo da permettere l’elezione dei rappresentanti di Serie A e Serie B e mantenere una maggioranza risicata con cui proseguire.

I margini di manovra, però, sono pochi, forse nulli. I delegati della Lega Pro, infatti, domani si presenteranno con la proposta di dimissioni collettive, come gesto di responsabilità, per favorire il ritorno immediato alle urne: anche in caso di risposta negativa, se si dimettessero solo loro insieme ai calciatori di Damiano Tommasi (che si è già espresso in questo senso), verrebbero meno 11 dei 21 consiglieri in organico, e da statuto il consiglio federale decadrebbe. Rendendo ininfluente la battaglia su maggioranza e minoranza, fiducia o sfiducia. Certo, Tavecchio potrebbe sempre appellarsi ad altri cavilli, sostenere che il numero legale si calcola solo sui delegati effettivamente presenti e non quelli previsti. Ma trascinare sul piano legale una crisi politica conclamata rischia di prestare il fianco ad un possibile commissariamento della Federcalcio da parte del Coni: ipotesi che forse non dispiacerebbe a Giovanni Malagò, ma che più o meno tutti in Figc vorrebbero evitare. Il suo governo è finito, Tavecchio deve solo decidere in che modo.

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