Che Fausto Brizzi vada considerato innocente fino a prova definitiva è un’affermazione persino banale. Ma che le accuse che gli sono state rivolte – per il numero delle testimoni e per la gravità delle cose dette – facciano luce su un comportamento gravissimo e inquietante dovrebbe essere cosa altrettanto banale, tale da suscitare almeno un silenzio angoscioso di fronte alla possibilità che queste testimonianze siano assolutamente fondate. Va ricordato anche il fatto che lo stesso Brizzi non ha sporto alcuna querela verso le ragazze che hanno denunciato apertamente – Alessandra Giulia Bassi e Clarissa Marchese – mentre la Warner Bros Italia ha deciso di sospendere ogni futura collaborazione col regista e di non associare il suo nome ad alcuna attività relativa alla promozione e distribuzione del film “Poveri ma ricchissimi”. Una scelta pesante, dunque, che non mi pare qualcuno abbia attaccato. Lo stesso non è avvenuto nei confronti delle ragazze che hanno parlato.

Infatti, dagli altri registi mi sarei aspettata un comportamento all’insegna soprattutto del rispetto per le possibili vittime, unita a una certa indignazione verso quello che si profila essere un abuso di potere violento e sconvolgente. Invece in Italia – peggio che in America – sta accadendo quasi il contrario:  e cioè quella che non può che definirsi in qualche modo difesa del “branco”, fatta pure da nomi femminili. E che lascia attoniti. Le parole per me più scandalose le ha dette il regista Neri Parenti in un’intervista a Radio Capital. In un intervento anche mal spiegato- visto che il regista in un certo senso si è contraddetto quando ha detto che le ragazze che hanno denunciato a volto coperto non potevano certo essere in cerca di notorietà – Neri Parenti parla delle “signorine”, un termine che esprime il massimo disprezzo per queste  donne che immagino con fatica immensa hanno denunciato, alcune apertamente. E  ha aggiunto, con una frase che suona come una minaccia, “una di quelle signorine non la prenderò mai per i miei film“.

Ecco, questa è un’immagine emblematica di una mentalità molto diffusa nel nostro Paese. Quella che vuole la donna silenziosa e muta (ma d’altronde basta guardare i suoi film), una donna che mai dovrebbe pensare di poter denunciare un potente, quand’anche questo avesse abusato di lei. Meglio l’omertà, il silenzio, per non rovinare carriere che contano più delle vite di donne sconosciute.

Ma le parole di Neri Parenti sono solo la punta più eclatante di un una serie di prese di posizione di altri registi che avrebbero fatto meglio a tacere, oppure a puntare la loro attenzione sulla gravità delle accuse rivolte a Brizzi e sulle donne offese. Paolo Virzì, che ha il merito di aver difeso Asia Argento, si stupisce che ciò possa essere accaduto, ma anche “altrettanto che sia stato accettato”, e finisce così per mettere sullo stesso piano un regista potente e una semi-sconosciuta che sta facendo un provino. Francesco Bruni, regista di Scialla!, posta addirittura sul suo profilo Facebook una foto di Enzo Tortora, poi si lancia in un’incredibile invettiva retorica. Come riportato dal Fatto.it, Bruni scrive sul social network: “D’ora in avanti, se più persone dicono che hai fatto una cosa, quella è” dice, forse dimenticando come si porta avanti processualmente un’accusa nel nostro paese e ciò che occorre perché venga accolta, ovvero riscontri e prove certe. E poi aggiunge: “Anche ammesso che i fatti siano quelli, ci sono le modalità in cui si svolgono, che spesso vengono rappresentate in maniera opposta (…) La realtà è piena di sfumature”. La classica (falsa) difesa secondo cui ciò che è vero oggettivamente non è vero soggettivamente, proprio come quando un coniuge scopre un tradimento e l’altro grida “non è quello che pensi tu”.

Ma non basta. Tracce di difesa tipica di un gruppo attaccato nel suo insieme, quello dei potenti registi italiani, si ritrovano anche nell’intervista a Federico Moccia, che pure da Brizzi ha preso le distanze. E che tuttavia parlando di Brizzi lo definisce “una persona che è stata infangata, distrutta, in qualche modo così spostando nuovamente la colpa sui testimoni, anche se Brizzi non è stato infangato ma messo sotto accusa, che è cosa radicalmente diversa.

Poi ci sono le donne chiamate in aiuto a difendere il potere, come l’attrice Nancy Brilli, la cui intervista è stata accompagnata dal Corriere della Sera all’articolo di Brizzi per svariati giorni, quasi che il secondo non potesse stare in piedi senza una difesa. “Le donne prendono coraggio sulla scia dello scandalo Winstein, ma senza portare le prove di distruggono persone e famiglie”. Anche se sono d’accordo con Brilli che le accuse si fanno in Procura, ci si chiede quali prove – più della propria testimonianza – queste ragazze avrebbero dovuto portare. E poi c’è, peggiore tra tutte davvero quanto a dichiarazioni, Irene Ghergo, che in una intervista al Fatto.it sostiene “che il maschio sia molestatore è un dato che ahimè è sempre esistito” e che “Entro certi limiti un gesto di apprezzamento è anche lusinghiero” ma anche, in modo contraddittorio, che “la donna ha la facoltà di ribellione e nessuno gliela può togliere” e che “Se una non ha la forza di ribellarsi, e comunque di non perdere la tenacia, se ne facciano una ragione”. Poi, dimenticando che nel caso Brizzi non parliamo certo di decadi, afferma anche che “dopo 30 anni anche se c’è rabbia, frustrazione, si archivia”.

Con rispetto per Ghergo, mi chiedo che senso abbia intervistare una professionista che parlando di molestie a giovani attrici mette in mezzo Boncompagni e le sue fidanzate giovanissime, attribuendogli la frase “A me le mie coetanee non piacciono, mi fanno orrore, a me servono almeno 50 anni di differenza”. Una professionista che difende Berlusconi a spada tratta, sostenendo che mai telefonò a Mediaset per raccomandare una ragazza. Questo sì che ha dell’incredibile.

D’altronde, l’argomentazione secondo cui le donne possono sempre reagire e quelle che non lo fanno sono complici, per non dire prostitute o mignotte, è la stessa tesi che circola sui social in questi giorni di cronaca di molestie sessuali. Ad essa si aggiunge anche la critica dei troppi anni passati, peccato che non si applichi nel caso di queste donne che hanno accusato Brizzi, visto che i fatti sono più recenti. Ma io sono sempre più convinta che non ci sia distinzione tra chi ha accettato il rapporto e chi no, come ad esempio, nel caso Brizzi, le due testimoni a viso aperto.

Come hanno dimostrato brillantemente due personaggi diversi in questi giorni, le fragili difese di molestatori – coloro che saranno provati tali, ovviamente – cadono di fronte ad argomentazioni d’eccellenza. Una è quella del comico statunitense Louis CK, che sul New York Times ha ammesso il suo errore, ha chiesto scusa e ha detto di provare “vergogna”. Ma soprattutto ha espresso questo ragionamento di grande profondità e verità: “Al tempo, mi ero detto che quello che avevo fatto era ok, perché non avevo mai mostrato il pene a una donna senza prima chiedere il permesso, cosa che è anche vera. Ma più avanti nella vita ho capito, comunque troppo tardi, che quando sei in una posizione di potere chiedere loro di guardare il tuo pene non è una domanda. Per loro è un’imposizione. Il potere che avevo su queste donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere”.

Gli ha fatto eco, stessa identica posizione, l’avvocatessa Giulia Bongiorno in un’intervista sempre del Fatto quotidiano: “La violenza è presente non soltanto se l’uomo rende d’assalto la vittima o se compie una penetrazione. Nel contesto attuale, anche se la donna accetta, il suo consenso è alterato dal fatto che deve scegliere, tra due mali, il minore: o accetta la proposta sessuale o viene esclusa. Non c’è libertà di autodeterminazione: quindi c’è una violenza”. Mi sembrano parole definitive, sulle quali tutti dovrebbero riflettere.