Davanti al gip di Roma, Costantino De Robbio, sono stati zitti, avvalendosi come loro diritto della facoltà di non rispondere. I due giovani nomadi bosniaci, arrestati perché accusati dello stupro premeditato di due ragazzine di 14 anni, dicono di essere innocenti. Mario Seferovic, 20 anni, è ritenuto responsabile delle due violenze, mentre secondo chi indaga Bilomante Maikon Halilovic, 26 anni, avrebbe fatto da palo. Il primo sostiene con il suo avvocato Amalia Capalbo di non aver stuprato nessuno, mentre l’altro dice addirittura di non essere stato neanche presente: “Non ero lì, sono innocente”. Il legale di Seferovic farà ricorso al tribunale del Riesame per chiedere la sua scarcerazione. Il giudice per le indagini preliminari ha stabilito che i due indagati restino in carcere.

“Uno stupro compiuto con estrema freddezza e determinazione unite ad un’assoluta mancanza di scrupoli e una non comune ferocia verso le vittime. Aveva detto che le avrebbe uccise” aveva scritto il magistrato nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel provvedimento di sei pagine si leggeva che il carcere è “l’unica misura idonea”, una scelta necessaria per “impedire il pericolo di inquinamento probatorio viste le minacce di morte rivolte alle minori perché non rivelassero lo stupro”. Per avere la certezza che la figlia non avesse parlato, Seferovic ha chiamato al telefono la madre di una di loro per verificare se le vittime “avessero rispettato la consegna del silenzio”.

“La scelta del luogo (un bosco, ndr) è un primo, importante elemento che dimostrala premeditazione del delitto, così come l’utilizzo delle manette che il reo aveva portato con sé con l’inequivocabile intento di farne uso per legare le vittime ed impedire loro di fuggire durante lo stupro programmato – scrive il gip -. Il ricorso a un complice demandato a sorvegliare l’accesso al vicolo per consentire la violenza carnale senza timore di essere interrotti” ed aumentare la paura nelle vittime “aggrava ulteriormente un fatto già di per sé estremamente allarmante”.