Ormai i romani ci hanno fatto il callo: a problemi emergenziali si risponde con soluzioni emergenziali. E così per tutto il 2018, per una famiglia di cinque persone sotto sgombero, il Comune di Roma garantirà, per una spesa annua di 43.800 euro, un container in un’area dove presumibilmente saranno concentrati decine di prefabbricati riservati alle “categorie fragili”. Nascerà così una sorta di “ghetto delle fragilità esistenziali romane” ideato dalla giunta Raggi e descritto dall’ultimo bando del dipartimento Politiche sociali di Roma Capitale.

Ma andiamo con ordine.

A fine agosto, dopo le polemiche sulla gestione dello sgombero del palazzo occupato di via Curtatone, in un post su Facebook la sindaca Virginia Raggi aveva denunciato in città la presenza di circa 200mila abitazioni vuote, un numero 20 volte superiore al numero delle famiglie iscritte nelle liste di attesa per le case popolari. Da qui l’appello al Governo centrale, che “dovrebbe studiare misure urgenti per disincentivare il fenomeno degli immobili sfitti o invenduti” perché “è uno scandalo a cui bisogna porre rimedio, un’offesa a chi non ha un tetto ed è costretto a vivere da anni in condizione di disagio”.

A seguire, la promessa della sindaca: “Abbiamo tracciato un percorso: stiamo effettuando la ricognizione di tutti gli immobili del patrimonio di Roma Capitale e dei beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata. Vogliamo destinarli a nuclei familiari in condizioni di fragilità all’interno del nuovo Servizio di assistenza e sostegno socio alloggiativo temporaneo. Entro il 31 ottobre termineremo il censimento e avvieremo le attività di stima economica per gli interventi di manutenzione necessari a renderli abitabili”.

Entro il 31 dicembre, aveva promesso la sindaca, “presenteremo in Assemblea capitolina un piano di azione per superare il disagio abitativo: l’obiettivo è potenziare lo scorrimento delle graduatorie di chi ha diritto a un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Abbiamo già iniziato con la chiusura dei famigerati Centri di assistenza alloggiativa temporanea: sono residence che, pur costando milioni di euro ai cittadini, non risolvevano dell’emergenza abitativa dei più deboli. Mettiamo così fine a uno spreco di risorse pubbliche che riutilizzeremo – meglio – per le famiglie più in difficoltà”.

Il 31 ottobre è dunque terminato il censimento e lo stesso giorno sul sito del Comune di Roma è apparso il bando “per il reperimento di strutture di accoglienza temporanea, articolata in moduli abitativi, anche prefabbricati” destinati a “nuclei familiari in situazione di emergenza in condizioni di gravi vulnerabilità sociale e/o sottoposti a sgomberi”. Il costo del servizio per un anno è determinato in 890.600 euro, pari a 720 euro mensili lordi a persona. Si specifica che si preferiranno “contesti diffusi nel territorio cittadino”, ma poiché sarà difficile reperire container sparsi sui terreni o giardini del territorio romano, si prevederanno alternative previste in un “unico complesso”.

Decine di container o bungalow in un unico spazio per l’accoglienza di 100 persone – tra cui neonati e bambini – saranno collocati a Roma nel 2018. E‘ questa la novità? In realtà cambiano le parole ma la sostanza resta la stessa: creare aree di “segregazione” abitativa, lontane dal centro cittadino, per categorie sociali definite “fragili”, in luoghi degradati e a costi elevatissimi con servizi gestiti da associazioni e cooperative. E’ un dispositivo già visto e sperimentato nel “sistema campi” per soli rom o nelle tendopoli riservate ad immigrati. Visto che il cronico problema della casa a Roma abbraccia tutti, stavolta tocca anche agli “italiani” accomunati ai rom e agli immigrati da una condizione di emergenza abitativa alla quale il Comune di Roma ha saputo offrire una risposta totalmente inadeguata e contraria a ogni logica di buon senso.

L’emergenza è il paradigma scelto anche da questa Amministrazione, ciò è evidente. E di fronte a questo modello, che ormai ha finito per riguardare tutti, nella Capitale c’è bisogno di un sussulto di indignazione. “Prima vennero a prendere gli zingari”, scriveva Brecht (e costruirono i “campi rom”, aggiungiamo noi), e adesso, dopo gli stranieri (per i quali sono state installate tendopoli) è la volta del cittadino della porta accanto che, se sfrattato, finirà in un container.

Non possiamo dunque più permetterci il lusso di guardare dall’altra parte perché sui diritti fondamentali – come quello della casa – scopriamo, forse per la prima volta, che essi toccano davvero tutti, nessuno escluso, la battaglia che ci attende per la loro salvaguardia non potrà che essere comune, senza distinzioni.