Il primo grado era durato quasi quattro anni nonostante fosse stato celebrato con il rito abbreviato: forse il primo caso di processo ossimoro della storia italiana. Il secondo grado, invece, rischia di non finire più. E adesso quello a carico di Calogero Mannino può diventare un caso di scuola. Strano destino quello dell’ex ministro della Democrazia cristiana, che ha già visto la sua storia giudiziaria diventare un precedente fondamentale tra le sentenze in tema di concorso esterno in associazione mafiosa. A questo giro, invece, il caso Mannino potrebbe essere la prima evidente crepa della riforma del processo Penale, entrata in vigore il 3 agosto scorso.

Accusato di violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato dalla procura di Palermo, l’ex esponente della Dc aveva scelto di farsi processare con il rito abbreviato e la sua posizione era stata dunque stralciata dal procedimento principale sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra, attualmente in corso davanti alla corte d’assise. Il 5 novembre del 2015, Mannino era stato dunque assolto dal gup Marina Petruzzella per non aver commesso il fatto. La procura generale, però, ha deciso di ricorrere contro l’assoluzione e il 14 settembre scorso la presidente della I sezione della corte d’Appello di Palermo, Adriana Piras, ha aperto il processo di secondo grado. Solo che nel frattempo è entrata in vigore riforma Orlando, che tra le altre cose ha modificato l’articolo 603 del codice di procedura penale: in pratica il giudice, nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento, deve obbligatoriamente disporre la riapertura completa dell’istruttoria. Tradotto: bisognerebbe sentire tutti i testi ascoltati in primo grado. È la stessa situazione che si è già verificata nel processo di secondo grado per la strage del Rapido 904: dopo l’assoluzione di Totò Riina, il presidente della corte d’Appello ha stabilito un rinvio ad altri giudici, per consentire il completo svolgimento della nuova istruttoria, che non avrebbe potuto portare avanti vista la prossimità della sua pensione.

Nel caso di Mannino, la questione si complica. Non c’è alcun giudice che deve andare in pensione, ma il meccanismo rischia comunque di incepparsi: a differenza di quello sul Rapido, in primo grado il processo all’ex ministro è stato celebrato con l’abbreviato, quindi soltanto sulle carte, senza testimonianze in aula. Un vicolo cieco che rischia di rallentare il processo: i sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera hanno quindi sollevato questione di legittimità costituzionale alle modifiche dell’articolo 603 del codice di procedura penale operate dalla riforma Orlando. Per l’accusa l’incostituzionalità sarebbe legata alla violazione del diritto di difesa e al fatto che in questo modo non sarebbe rispettato il principio che assicura una ragionevole durata del processo. Qualora la corte decidesse di non sollevare la questione davanti alla Consulta, infatti, i due pg hanno chiesto di poter ascoltare 50 testimoni: ipotesi che farebbe allungare a dismisura il processo. Per questo motivo l’accusa – nell’udienza del 13 settembre scorso – ha chiesto lla corte di “escludere che l’articolo in questione si applichi anche ai processi celebrati in primo grado nella forma del rito abbreviato. E pertanto, che in questo giudizio a carico di Mannino non deve necessariamente procedersi ad alcuna rinnovazione istruttoria, per nessuna delle fonti dichiarative valutate dal primo giudice soltanto da un punto di vista cartolare”. Insomma l’unica soluzione, per non passare dalla Consulta, è escludere gli abbreviati dalle riforma Orlando, visto che in caso contrario una forma alternativa ideata per snellire il processo avrebbe l’effetto opposto.

Ma non solo. Perché al netto dei cortocircuiti sembra proprio che la riforma Orlando non piaccia a nessuno. Per la prima volta nella storia della delicatissima storia processuale dell’inchiesta sulla Trattativa, infatti, accusa e difesa concordano. All’eccezione di incostituzionalità della procura generale si sono associati due giorni fa anche i legali di Mannino, e cioè gli avvocati Nino Caleca, Carlo Federico Grosso Grazia Volo. La difesa dell’imputato ha anche chiesto alla corte di non applicare le modifiche del ddl Penale al processo in corso, visto che il procedimento – ma anche il ricorso in appello – risale a una data precedente all’entrata in vigore della riforma. “Hanno riformato il codice animati da eccessivo garantismo ma alla fine hanno scritto male le norme: l’effetto è che la riforma si ritorce contro gli stessi diritti di difesa”, commenta l’avvocato Caleca. Adesso la palla passa alla corte d’Appello che il 7 dicembre dovrà decidere se avallare o meno l’eccezione di incostituzionalità. Per la verità, però, le parti attendono un’altra data: il 21 dicembre, infatti, le Sezione Unite della Cassazione dovranno pronunciarsi proprio su questo passaggio. Le modifiche dell’appello introdotte dalla riforma Orlando si applicano anche ai riti abbreviati? E se sì in che modo? Una fattispecie che riguarda centinaia di processi in tutta Italia.

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