Per Donato Carrisi è molto buona la prima. Suonino le campane. C’è un film italiano in questo terribile inizio stagione cinematografica 2017/18 che merita il prezzo intero del biglietto. L’opera prima La Ragazza nella nebbia, che il romanziere Carrisi ha firmato in solitaria per il cinema, è un thriller che ricalca con mano sicura l’impianto narrativo del romanzo da centinaia di migliaia di copie, e in cui sono presenti i tratti essenziali di un intreccio da detection classica, con dosi abbondanti di sangue, e una cappa di mistero buia e permanente che pervade storia e set. L’inesistente paesino alpino di Avechot vede entrare in scena lo psichiatra Flores (Jean Reno) in piena notte. L’attempato medico deve intervenire d’urgenza e capire cosa è successo all’ispettore Vogel (Toni Servillo) seduto nel suo studio in stato catatonico, con schizzi di sangue sull’elegante vestito. I fili del discorso si riannodano attorno alla scomparsa della sedicenne Anna Lou avvenuta qualche tempo prima, sempre in pieno inverno.

È un thriller che ricalca con mano sicura l’impianto narrativo del romanzo da centinaia di migliaia di copie

Un rapidissimo flashback. Vogel e il suo vice (Lorenzo Richelmy) arrivano sul posto e inscenano un po’ troppe coreografie fittizie attorno al vuoto dei risultati dell’indagine sulla ragazzina scomparsa per attirare su di loro l’attenzione dei media, quindi le risorse economiche e strategica del comando in città. Così se da un lato lo script si apre sul sinistro scenario della “confraternita” a cui appartengono i genitori della scomparsa, tutti camicioni da boscaioli e croci di legno penzolanti sul petto; dall’altro capiamo che Vogel è uno di quegli investigatori che tendono a forzare un po’ la mano per ottenere almeno una parvenza di colpevolezza da offrire alle tv. Non a caso viene continuamente citato il caso di Una-Bomber, qui “il mutilatore” ma la storia è la stessa, con tanto di presunto assassino, uomo qualunque, finito in galera poi scarcerato e risarcito profumatamente dell’errore giudiziario. Senza troppi scossoni e con una consumata mistura tra montaggio pulito e linearità del racconto, eccoci arrivare al terzo bordone narrativo della storia: il primo accusato, il professor Martini (Alessio Boni). Chiaro, ci fermiamo qui perché soprattutto per chi non ha letto il libro raccontare altro sarebbe una pugnalata al gusto dell’investigazione e della sorpresa. Diciamo solo che è proprio sul crinale della non limpidezza di tutti gli attori in gioco, tutti ma proprio tutti, che Carrisi punta per una costante elevazione del livello di suspense che, oltretutto mantiene credibilità e verosimiglianza anche nell’iperbolica ricostruzione finale dell’atto criminale.

Nel film ci sono suggerimenti d’atmosfera più che vere e proprie citazioni, che però hanno qualcosa di estremamente perturbante e terribilmente magnetico

Ne La Ragazza nella nebbia ci sono parecchi cappelli da poliziotto alla Fargo (con il paraorecchie per intenderci), una veglia notturna con ceri accesi alla Prisoners, una chiusura spaziotemporale e uno skyline naturale (qui ridotto all’efficacia simbolica del plastico nascosto in qualche sala comunale) alla Twin Peaks. Insomma uno zibaldone di suggerimenti d’atmosfera più che vere e proprie citazioni, che però hanno qualcosa di estremamente perturbante e terribilmente magnetico. Una ricostruzione e un linguaggio di genere molto all’americana, proprio perché il dettaglio geografico-storico-culturale si disancora con decisione da qualsivoglia quadretto provinciale “italiano”. Risultato che per certi versi potrebbe anche risultare un limite in prospettiva di un futuro sequel o di un riutilizzo di Carrisi ad Hollywood. Si avete letto bene. Questa capacità di “pulire” il racconto da fronzoli morali e politici, di concentrarsi sulle potenzialità dell’atto efferato e sul concentrato di sfrontatezza etica di media e inquirenti, potrebbe permettere al regista di mettere a disposizione il proprio know how letterario/cinematografico per operazioni ulteriormente ambiziose ben oltre la territorialità specifica delle film commission regionali italiane.

Infine, diciamolo fuori d’ogni polemica, mentre Boni, Richelmy, la Renzi e la Cescon, come del resto il redivivo montanaro d’alpeggio Thierry Toscan (da Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti) mostrano classe e istinto di ruolo, senza concedere troppi appigli emotivi in personaggi che non si possono permettere di essere amati, Servillo si esprime ancora una volta con questa contrita e felpata austerità da interprete teatrale che sembra imprimere alla sua figura di ispettore l’irrequietezza di un folle fuori contesto. Non capiamo questa scelta di casting, richiamo felice al botteghino, ma che nell’economia del racconto è sempre un tantino in affanno. Certo è che la discrepanza quasi la si digerisce dopo una mezz’ora di film, e la si dimentica dopo un paio di duelli con Boni/Martini dove Boni letteralmente si mangia Servillo come fosse tornato ai tempi della doppiezza del protagonista di Arrivederci amore ciao. Producono senza troppo clamore Medusa e Colorado Film.