Quando un Paese è in preda allo scontento a causa della crisi economica, per le autorità inventarsi un nemico e lanciare una campagna persecutoria è sempre un buon diversivo. In Egitto tutto questo è iniziato il 22 settembre, quando durante il concerto della band Mashrou’ Leila al Cairo è stata sventolata la bandiera arcobaleno.

Nulla di nuovo, in realtà: dal colpo di stato del luglio 2013 sono state arrestate oltre 250 persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender per “depravazione”, “blasfemia” o “atti immorali”. Ma stavolta i numeri fanno pensare a una campagna organizzata. L’unico precedente di rilievo risale al 2001, quando 52 persone erano state arrestate nel corso di un raid sulla Queen Boat, una discoteca gay sul Nilo.

Dal 22 settembre il numero delle persone arrestate in tutto l’Egitto a causa del loro orientamento sessuale è arrivato a 57. Di queste, solo due erano al concerto del Cairo. Molte sono state arrestate dopo che le forze di sicurezza avevano “sbirciato” nelle app di appuntamenti.

Queste le accuse: “depravazione abituale”, “istigazione a compiere atti depravati” e “promozione della devianza sessuale”.

L’unica donna presente tra i 57 arrestati è Sara Hegazy. Anche lei è stata raggiunta dalle stesse accuse, nonché da quella di “appartenenza a un gruppo illegale”. Rischia fino a 15 anni sulla base della legge contro la prostituzione. Ha denunciato di essere stata picchiata e sottoposta ad aggressioni sessuali da altre detenute mentre si trovava nella stazione di polizia di Saida Zenab al Cairo, dopo che gli agenti avevano annunciato l’arrivo in cella di una lesbica.

Nella prima settimana successiva al concerto, cinque uomini sono stati sottoposti a esami anali (che, secondo le ottuse autorità sanitarie egiziane, dovrebbero fornire indizi sull’omosessualità dei soggetti esaminati) e nove uomini sono stati condannati a pene da uno a sei anni. Il prossimo verdetto, nei confronti di 16 degli arrestati, è previsto domenica 29 ottobre.