La storia la scrivono i vincitori, e su questo non c’è alcun dubbio. A sfuggire però sono le reali implicazioni di un aforisma troppo spesso sottovalutato: come prima cosa, chi sono i vincitori? La facilità con cui, in questo specifico contesto, questa parola viene associata ai popoli conquistatori e bellicamente trionfatori, impedisce spesso di allargarne la destinazione d’uso a quei popoli, quelle nazioni non necessariamente vincitrici di qualsivoglia contesa armata ma, ciò nonostante, tanto potenti e ricche da potersi permettere di scrivere la storia a proprio uso e consumo.

E se il concetto vale per la storia più comunemente studiata, quella geopolitica, lo stesso si registra in qualsiasi altra storia possibile, finanche quella musicale. È quanto ci è dato rilevare da uno scritto di diversi anni or sono dello storico della musica Elvidio Surian, pubblicato in Current musicology della Columbia University e dal titolo “Storiografia musicale e storie dell’opera italiana”. Relativamente a uno dei generi musicali più autenticamente italiani, il melodramma, questo piccolo pamphlet viene a spiegarci, in modo assolutamente accurato, come, essendo stati i tedeschi i primi a trattare in modo sistematico e disciplinare la storiografia musicale, è dal loro specifico punto di vista, squisitamente intriso di rampante wagnerismo, che questo fenomeno musicale è passato alla storia: “Spiegare la storia dell’opera – e la storia della musica – sulle basi dell’unilaterale punto di vista wagneriano – afferma Surian – fu sicuramente ideale per i fondatori tedeschi della musicologia, attenti com’erano a scovare i “grandi” geni del loro passato.

In questo modo contribuirono allo sviluppo della consapevolezza culturale e dell’unificazione nazionale, e al tempo stesso schiusero nuove e redditizie opportunità per l’industria dell’editoria musicale”. Quello dinanzi al quale ci si trova leggendo il saggio di Elvidio Surian, autore di una Storia della musica in ben quattro tomi, è un passaggio fondamentale per comprendere come la storia venga spesso modificata secondo le sensibilità, e nondimeno gli interessi e le convenienze, dell’epoca in cui se ne imposta la narrazione: “Il business musicale ha tratto guadagni dall’esaltazione della cultura musicale tedesca (…) Iniziata nella seconda metà del diciannovesimo secolo, la ricerca biografica fu incoraggiata e spesso direttamente sovvenzionata dall’industria dell’editoria musicale, i cui interessi venivano serviti al meglio portando alla luce i fatti riguardanti le vite di compositori sconosciuti del passato”.

Insomma, la vera e propria costruzione di un’identità culturale, e nello specifico musicale, in grado di affermare una presunta superiorità nazionale. Un’impostazione questa che è stata nondimeno trasmessa a tutte le future generazioni di musicologi, di nazionalità varie e quindi anche italiani, formatisi allo scranno della musicologia tedesca: “Fausto Torrefranca – continua a scrivere Surian nel suo papmhlet – (…) dopo aver abbandonato la professione d’ingegnere (…) intraprese frequenti viaggi per studiare in Germania (…) La famosa condanna di Puccini da parte di Torrefranca (…) contribuì in modo notevole alla formazione dell’opinione negativa sui lavori di Puccini fatta propria da un’intera generazione di critici musicali italiani”.

E non solo, perché quello che potremmo definire “germanocentrismo musicale“, dopo essersi insinuato in tutte le susseguenti scuole musicali e musicologiche europee, attraversando l’oceano è giunto anche negli Usa, laddove è riuscito ad attecchire nella mentalità e nella formazione delle prime schiere di musicologi americani, influenzando in modo notevole la stesura di opere di primissimo piano come la Short history of opera del summenzionato Grout. “Molto discutibili – afferma Surian – talvolta inesatte e spesso inadeguate ci appaiono le descrizioni che di volta in volta dà Grout di alcune parole-chiave della terminologia dell’opera italiana quali aria e recitativo (…). La sua trattazione di questi elementi costitutivi dell’opera è senza dubbio derivata dall’autorevole storiografia tedesca romantica, influenzata in larga misura dalla concezione wagneriana dell’opera, tendente a svalutare le forme e le strutture organizzative dell’opera italiana. L’ideale drammatico era quello che segnava il trionfo delle cosiddette ‘forme libere’ del recitativo accompagnato (…) sulle forme chiuse”.

Insomma, una sistematica e pervasiva svalutazione di interi secoli di storia musicale a opera di un popolo ricco e ben dotato di ogni genere di mezzi, ma nondimeno col beneplacito di studiosi e ricercatori nazionali incapaci o, alle volte, non particolarmente perspicaci, figliocci di una cultura clientelare e parassitica senza la quale non avrebbero spesso ricoperto alcun incarico istituzionale. Sarà arrivato il momento di un vero e proprio riscatto culturale? A giudicare da chi ancora siede nei troni universitari diremmo proprio di no.