Pubblichiamo questo pezzo tratto da FQ Millennium del 5 agosto 2017 dal titolo “Summer of Love” con il quale Marco Mazzetti ha vinto il premio Angeletti per il giornalismo culturale under 35. 

«MI DAI DEL NEGRO, dell’immigrato/ Il tuo pensiero è un po’ limitato/ Il mondo è cambiato, non è complicato/ “Afroitaliano” per te è un rompicapo/ Non sanno chi siamo in questo Stato». Già, cosa significa essere un ragazzo di seconda generazione in Italia nel 2017?

Ce lo racconta il rap con artisti come Ghali, Maruego, Tommy Kuti e Laïoung. Nell’ultimo anno questa musica è stata travolta da un’ondata di artisti di seconda generazione. Ragazzi nati e cresciuti in Italia, che si sentono stranieri nel proprio Paese.

Razzismo, immigrazione e Islam. Per loro il rap è una valvola di sfogo, il canale privilegiato in cui raccontare e raccontarsi. Tommy Kuti, l’autore dei versi iniziali, è solo un piccolo esempio di una rivoluzione in atto nel rap italiano. La forza di questi giovani è quella di raccontare le esperienze personali senza nascondersi dietro ai luoghi comuni. Versi crudi e diretti conditi con una punta di umorismo e ironia.

Da Ghali che nella canzone Willy Willy canta: «Tu credi che l’Islam sia l’Isis/ Io sono un negro, terrorista/ Culo bianco, ladro bangla e muso giallo/ Trasformo Baggio in un posto più bello/ Questa pioggia è uno sballo», a Maruego che nel singolo Sulla stessa barca scrive: «Scappa, non devi far contenti papà e mamma/ La libertà è solamente tua e non di nessun’altra/ Ho sentito un tipo che ha un amico che ha una barca/ Che se lo fai contento poi lui ti accompagna/ Spagna, Francia, Olanda, Italia/ In cerca di un paese, in cerca di rivalsa/ Storie di immigrati in cerca di speranza/ Najat e Ahmed sono sulla stessa barca».

Il 2017 è stato l’anno che ha segnato l’avvento di questa nuova scuola. Emergere non è difficile. Basta caricare un video su YouTube e contare il numero delle visualizzazioni. Il successo ormai non si misura più con la vendita dei dischi, ma con gli ascolti su Spotify. Alcuni dati spiegano meglio questa tendenza: l’ultimo disco di Ghali, Album, è stato ascoltato solo nell’ultimo mese da un milione di persone e il suo pezzo più famoso, Ninna nanna, oltre ad avere più di 60 milioni di views, per un giorno è stato al primo posto nella classica mondiale Viral 50. In sole due settimane ha ottenuto un disco d’oro. Un successo. Roberto Saviano ha omaggiato il cantante tunisino con un post su Facebook: «Ghali è uno dei maggiori poeti di lingua italiana, un poeta rap. Nei suoi versi c’è uno stile poetico raro, l’eco di una sacralità rituale della parola. Mentre le polemiche sulle Ong, permeate di razzismo ottuso, occupano le news, l’Italia si sta trasformando e i suoi cantanti rap raccontano la realtà in maniera assai più approfondita e complessa dei suoi politici, giornalisti, commentatori».

Per il nostro Paese si tratta di una novità. Non era mai successo che il rap italiano fosse così influenzato da artisti di seconda generazione. Paola Zukar, una delle massime esperte di questa musica in Italia, e manager di Fabri Fibra, Marracash e Clementino, spiega a Fq Millennium: «Questa è davvero la prima generazione di ragazzi multiculturali che fa rap in Italia. In passato c’era qualche artista, ma il livello non era così alto. Siamo da sempre molto reticenti ad accogliere nuove culture e nuovi volti, soprattutto nella musica, mentre la Germania è piena di rapper di seconda generazione, per non parlare della Francia dove l’eccezione sono i rapper bianchi», chiosa la manager.

Un artista sicuramente interessante della nuova leva è Tommy Kuti, un rapper italo nigeriano. Dopo aver frequentato tutte le scuole in Italia, si è laureato a Cambridge in Scienze della comunicazione. Come molti suoi connazionali, compiuti i diciotto anni ha abbandonato il nostro Paese per cercare fortuna in altri stati come Francia o Inghilterra. «C’è molta più tolleranza ed è più facile trovare lavoro e costruirsi un futuro» racconta. «Io però mi sentivo incompleto, avevo voglia di tornare in Italia e raccontare la storia della mia gente. Ho inseguito la mia più grande passione e ho scritto #Afroitaliano, un pezzo molto sincero dal forte contenuto sociale». Una canzone che ha fatto discutere e ha diviso l’opinione pubblica. Il cantante ha coniato il termine “afroitaliano” per raccontare le storie dei suoi connazionali, che ancora oggi si sentono discriminati dalle nostre parti. Versi incisivi che rivelano l’identità di questi figli di due mondi: «Sono stufo di sentirmi dire cosa sono o cosa non sono/ Sono troppo africano per essere solo italiano e troppo italiano per essere solo africano/ Afroitaliano, perché il mondo è cambiato / Io Sono Afroitaliano».

Andare ai concerti dei rapper di seconda generazione è un’esperienza affascinante. Nei live di Ghali colpisce vedere ragazzi italiani cantare le strofe e ritornelli in arabo. Un mix di etnie e suoni che si fondono con il rap. È forse la più grande novità di questi artisti: avere un pubblico ampio, eterogeneo. Rappresentano una risorsa per il genere musicale e grazie alle loro cultura hanno portato nuove sonorità; non sono più di nicchia, sono diventati popolari. «Sono molto curiosa di vedere anche come sarà l’evoluzione sul mercato di questi ragazzi» racconta Zukar. «Capire quanto il pubblico italiano ascolterà le loro canzoni e li supporterà. Molto spesso vengono considerati stranieri solo per il colore della pelle o per le loro origini, quando in realtà sono italianissimi».

Italianissimi ma anche internazionali. «Quando parlo di musica con Ghali» spiega Tommy Kuti «non accenniamo mai al rap italiano, prendiamo spunto dalla Francia, dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti. Ci sono artisti che per attirare l’attenzione ingigantiscono alcune situazioni o si vantano di essere cresciuti in contesti difficili. Questo raramente capita tra i ragazzi di seconda generazione. Non dobbiamo indossare nessuna maschera e raccontare episodi di discriminazione. I miei amici nigeriani, tanto per fare un esempio, non ascoltano il rap italiano perché, in virtù di quanto detto, non si sentono rappresentati». Anche per questo Tommi Kuti o Laïoung scrivono strofe come: «Non mangio la pasta senza Parmigiano/ ho la pelle scura, l’accento bresciano/ un cognome straniero e comunque italiano/ a volte mi sembra di essere qui per sbaglio/ Sanno poco di me, sono loro bersaglio/ ciò che ho passato loro non lo sanno/ e il mio passato mai lo capiranno». Oppure: «Cittadinanza italiana/ E non mi hanno riconosciuto/ M’hanno sempre trattato male/ Come se fossi uno sconosciuto/ Per i miei fratelli senegalesi/ Che sono immigrati, non si sono arresi/ Ringrazio il Signore che queste culture diverse arricchiscono il nostro Paese».

Frasi forti che fanno riflettere e ci dicono quanto ci sia ancora da fare per l’integrazione in Italia. Una cosa è certa: con il passare degli anni assisteremo a una continua crescita di rapper di seconda generazione. Basta fare un rapido giro su YouTube per vedere come ogni giorno sboccino nuovi artisti che rappresentano un movimento culturale in grado di aprire discussioni, sovvertire le regole e raccontare senza giri di parole gravi problemi sociali.  «Questi ragazzi rappresentano una grossa risorsa per tutti noi» aggiunge Paola Zukar. «Arricchiscono il nostro patrimonio culturale e contribuiscono all’evoluzione del genere. È ora che anche l’Italia si adegui a questo fenomeno. La nuova generazione deve rappresentare l’inizio di un movimento che poco alla volta si espanderà. Devono continuare a fare rap. Anche perché a volte raccontano una quotidianità che per noi ormai è sconosciuta».

È la forza di una musica diretta come il rap. Pensieri che si traducono in parole. Il racconto di una realtà che molte volte non vorremmo sentire o preferiremmo ignorare. Hanno la pelle scura, gli occhi a mandorla, i tratti orientali e parlano i nostri dialetti. Rappresentano la bussola per il futuro del nostro Paese e sono un termometro speciale che misura a che punto siamo con la tolleranza, il razzismo, l’Islam e l’integrazione. Dai loro versi e dalla loro voce emerge il ritratto più sincero dell’Italia 2017.