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Sembra sabbia. Ma è spazzatura.

Thilafushi è sette chilometri a ovest di Male, è una striscia, sottile: è lunga 3,5 chilometri e larga 200 metri. Ed è artificiale. Si allarga di un metro quadro al giorno, più o meno: ogni giorno di 330 tonnellate di rifiuti. Le Maldive non hanno un inceneritore. Costa troppo. Intorno ai 15 milioni di dollari.

Quanto dieci nuove stanze in un resort.

Sono tutti operai, qui. Thilafushi è anche la zona industriale delle Maldive. Ha un cementificio, dei cantieri navali. E una serie di piccole officine. Non c’è l’asfalto, per terra, e neppure la sabbia, in realtà. Solo questo fango chiaro che è un po’ di tutto: è terra, è sabbia, acqua, cemento, intriso di stracci, di pezzi di cartone, pezzi di plastica, pezzi di ferro, a tratti un po’ d’erba, nell’aria densa di diossina. Sembra Taranto.

Sembra Taranto. Respiri cancro.

Con questi capannoni di amianto e ruggine, e lungo le strade, vecchie auto, vecchi furgoni, scafi di pescherecci, vecchie betoniere. Invece delle marce, accanto al sedile del guidatore, un cespuglio con dei fiori gialli. Gli operai dormono qui. Abitano qui: nel retro delle officine. O nelle barche. Nelle barche che riparano. Sono aperte, smontate: dentro vedi il bucato steso ad asciugare. Poi hanno tutti gli stivali da infortunistica, il caschetto e la polo con il logo dell’impresa, ti sembrano tutti operai normali: ma solo perché i padroni hanno bisogno di uomini forti e sani. Ti pagano il caschetto. Ti pagano i guanti, dovessi tagliarti e stare fermo una settimana. Ma per il resto puoi vivere così, in spiaggia. Senza neppure una doccia.

Tanto c’è il mare.

L’unica cosa che viene protetta, qui, è la loro capacità di lavorare.

Sono tutti operai: e sono tutti del Bangladesh. Molti non parlano inglese, e né parlano dhivehi, la lingua locale: non sono mai andati neppure a Male. E stanno qui da anni. Per anni. Ogni giorno uguale all’altro. Ma non solo trovano tutto questo normale: si sentono fortunati. Perché così alla fine non hanno spese, e possono inviare alle famiglie tutti i 250 dollari di stipendio. Per tanti, alle Maldive, la Siria è giustizia, l’Islam è liberazione: eppure non è da qui che arrivano i jihadisti, dai più poveri dei poveri, che come sempre, nella storia, sono troppo poveri, troppo impegnati a sopravvivere per battersi per una vita migliore: o anche solo per immaginarla. No. Non solo non c’è indignazione né frustrazione, qui. Non c’è rassegnazione. Non c’è un senso di sconfitta, perché non c’è un senso della battaglia.

Anzi. Ti offrono il tè, allegri, ti spiegano come si controlla che un timone funzioni.

Perché questa è la vita, punto.

Anche se a stento si respira.

A poche decine di metri da fabbriche e cantieri, Thilafushi si dissolve. Letteralmente. Si dissolve: all’improvviso, si fa tutto bianco. Bianco e acido. I rifiuti vengono bruciati, cataste e cataste: in un’aria così tossica che nonostante quintali di avanzi di ogni tipo, non c’è un gatto randagio. Non c’è un gabbiano. Un cane, un topo. Niente. Solo operai: in motorino, in bici, in furgoncino, che si infilano nella nebbia e svaniscono, fischiettando, tre, quattro, allegri, con la tuta rossa e il caschetto giallo.

Dopo mezz’ora, inizi a sentirti male. Ad avere il fiato corto.

Dopo mezz’ora, qui, sputi sangue.

Un po’ è dura, mi dice un ragazzo con la polo blu. Sta sagomando delle assi che un altro ragazzo svernicia, e gli passa, nell’aria di sale e acquaragia. Ha 27 anni, e calcola di tornare in Bangladesh tra quindici, più o meno, e di comprarsi una casa. Una casa bellissima, dice. Come sarà?, dico. Avrà tre stanze, dice. Avrà tutto. Avrà il frigorifero, dice, avrà il forno.

Avrà le finestre.

E mi sorride, e ricomincia a piallare.

Non sa che tra 15 anni sarà morto.

Che è poi in realtà è un po’ la storia di tutte le Maldive. Perché le Maldive sono a filo d’acqua. Il punto più alto è a 2,4 metri sul livello del mare. Sono il Paese più basso al mondo. Un metro e mezzo, in media. E secondo le previsioni dell’Onu, il mare entro la fine di questo secolo salirà di 59 centimetri. Sommergendo tutto.

Qui non solo il cinque per cento della popolazione possiede il 95 per cento della ricchezza. Ma con quel cinque per cento che gli resta, il governo sta valutando di comprare terra in Australia. Perché alla fine, semplicemente, saranno tutti costretti a trasferirsi altrove.