Gli Usa hanno deciso di lasciare l’Unesco. Non accadeva dai tempi della guerra fredda. E’ stato scritto, tra l’altro che la decisione sia stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco che hanno condannato Israele e gli insediamenti nei territori in Giudea e Samaria, risoluzioni che Washington considera anti-israeliane. Si sorvola, però, sul problema di fondo: la negazione da parte dell’Unesco del carattere ebraico sia di Gerusalemme che della Tomba dei Patriarchi di Hebron, dove riposa pure Abramo. Una riscrittura che nega la narrazione biblica e che, smontando l’ebraismo, non può che colpire pure il cristianesimo, che la Bibbia ha abbracciato.

Le decisioni dell’Unesco in merito ai luoghi sacri in Israele, rinominati soltanto in lingua araba in spregio all’ammonimento della Torre di Babele, mandano un messaggio chiaro al mondo. Una vera e propria deriva, dettata più dallo stato d’animo non proprio amichevole di taluni suoi membri che dal rispetto della storia delle religioni. Una deriva che l’Ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite Nikky Haley ha vieppiù contestato nelle riunioni di questo organismo.

L’azione dell’Unesco probabilmente non frenerà coloro che hanno scelto come ariete l’antisionismo (pur senza sapere cosa sia il sionismo e in ogni caso senza mai accennarne una qualsiasi definizione), consentendo loro di rimuovere l’intolleranza di fondo che funge da volàno delle loro idee. Ebbene, se qualcuno volesse celare le proprie giustificazioni dietro alla critica del sionismo o dello Stato di Israele, stavolta sarebbe ancor meno credibile, perché negare la presenza ebraica nei luoghi biblici è antisemitismo e non antisionismo, qualsiasi cosa volesse significare quest’ultimo termine. Di questo sembrerebbe che i diversi soggetti intervenuti nella stampa non si siano accorti.