Di per sé, quella di depenalizzare i reati fiscali “minori” potrebbe essere una valida scelta di Realpolitik. Se accompagnata dal potenziamento delle strutture dedicate ai controlli, con l’obiettivo di recuperare le somme evase e rimpinguare il bilancio dello Stato. Non è andata così: proprio nel 2015, ricorda Di Vizio, “dopo una legittima pronuncia della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima la nomina di 870 dirigenti l’Agenzia si è trovata senza catena di comando”. Il concorso ad hoc necessario per sanare la situazione è stato via via rimandato con il risultato che ora “chi firma un verbale di accertamento si chiede se qualcuno un giorno gli contesterà di averlo sottoscritto abusivamente“. Non solo: negli ultimi sei anni le risorse umane impegnate nelle attività di accertamento e controllo sono diminuite del 6,6%. Pochi giorni fa Ruffini, sentito dalla commissione Finanze del Senato, ha avvertito che una riforma delle agenzie fiscali è “indispensabile e urgente”: in caso contrario “è a rischio il futuro delle agenzie e con esso quello del nostro sistema tributario, delle nostre finanze pubbliche, del nostro stesso vivere civile“. Rossella Orlandi, che l’ha preceduto alla guida dell’Agenzia, aveva lanciato un grido d’allarme molto simile ben due anni fa. Con l’unico risultato di incassare dall’allora viceministro dell’Economia Enrico Zanetti una richiesta di dimissioni.

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