Il sistema universitario è l’incubatrice dove si forma la classe dirigente del paese, che in quella sede acquisisce conoscenze, competenze, valori, aspirazioni. Un’università inquinata dalla corruzione vede rovesciata la propria funzione educatrice, da generatrice di sviluppo economico e arricchimento culturale rischia di trasformarsi in agente patogeno, capace di trasmettere (o acuire) l’infezione del malaffare nel mondo delle imprese e delle professioni, nella sfera dell’amministrazione e della politica.

Per queste ragioni, e al di là del rilievo penale che hanno, occorre prendere molto sul serio le condotte dei docenti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Firenze che ha decapitato un intero settore disciplinare, quello del diritto tributario, ponendo ben 59 docenti sotto inchiesta per tentata concussione e corruzione. Secondo l’ipotesi accusatoria, due cordate di tributaristi avrebbero concordato un meccanismo spartitorio per governare gli esiti della tornata concorsuale per l’abilitazione all’insegnamento universitario del 2012. Lo dimostra bene un’intercettazione, “Funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari. Io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio”.

Il merito dei candidati non è contemplato tra i criteri di valutazione, a differenza della loro filiazione o appartenenza: “Qui non c’è nessun merito, ognuno ha i suoi”. Come sintetizza mirabilmente un altro dei protagonisti: “Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve andare avanti”. Paradossalmente, le buone capacità di un aspirante professore diventano un fardello: non essendo generalizzabili a tutti i vincitori stabiliti, introducono un elemento di perturbazione nei criteri già definiti di lottizzazione. “Ogni professore aiuta l’altro perché è chiaro che se il professore di Procedura civile dice: “Scegliamo il miglior tributarista in assoluto’, rischia che poi il tributarista dica: ‘Scegliamo il miglior processualista in assoluto’. Allora tutti quanti hanno convenienza a dire ‘No certo, il tributarista dev’essere il tributarista tuo’, perché così il tributarista dirà: ‘No, certo, esimio collega, il processual-civilista sarà il tuo allievo’, e così si aiutano a vicenda”.

Affinché tutto fili liscio occorre tenere sotto controllo due possibili elementi di disturbo.

Il primo –  la presenza nella cinquina dei commissari sorteggiati di un professione straniero – è facilmente disinnescato. Si tratta di un docente spagnolo, forse ammaestrato a pratiche equivalenti, tanto che per “comprarne” il consenso sono sufficienti una finta riunione accademica con annesso soggiorno veneziano, la promessa di una revisione in italiano di suoi articoli e di un incarico di visiting professor a Bologna. La seconda variabile impazzita si rivela invece un osso duro. E’ un candidato indipendente, bravissimo per titoli e impegno. Per quanto imperfetti e sotto molti profili discutibili, i criteri di selezione introdotti dalla legge Gelmini costringono infatti le commissioni a confrontarsi con alcuni indicatori numerici di produttività scientifica, sottraendo almeno in parte il giudizio alla quasi completa arbitrarietà del passato.

Se il battitore libero partecipasse, esporrebbe gli allievi protetti, già designati vincenti, a un impietoso paragone. Nei suoi confronti si procede dunque per vie spicce: “Tu non puoi non accettare. Che fai, ricorso? Però così ti giochi la carriera. Qui non siamo sul piano del merito Philip (Jezzi Laroma ndr). Smetti di fare l’inglese e fai l’italiano”. E’ una fortuna che il ricercatore anglo-italiano si sia comportato semplicemente da uomo, senza alcuna qualifica di nazionalità, e con coraggio abbia denunciato l’intimidazione alla magistratura.

Nell’affondare lo sguardo nello squarcio che l’inchiesta fiorentina ha aperto nella realtà sotterranea della corruzione accademica, occorre sgombrare il campo da un equivoco. E’ del tutto fisiologico promuovere la maturazione scientifica e accademica dei propri allievi. I criteri impiegati nelle comunità accademiche “virtuose” per selezionare e favorire l’ascesa dei propri componenti prevedono però una valutazione per quanto possibile rigorosa e “oggettiva” del contributo fornito al progresso della conoscenza: ricercatori e docenti entro quelle cerchie si riconoscono a vicenda come portatori di quegli stessi valori, componente irrinunciabile della loro stessa identità accademica. Se cercassero di sostenere, o peggio ancora di imporre, candidati non all’altezza, ne pagherebbero un prezzo altissimo in termini di reputazione, che è unità di misura del valore del loro stesso impegno professionale.

Anche nell’università italiana, in alcuni settori disciplinari, questo meccanismo di selezione positiva sembra operare efficacemente, e si sono formate comunità di ricercatori di grande valore, capaci di non sfigurare a livello internazionale.

L’inchiesta fiorentina sembra però confermare che in altre cerchie di docenti universitari i criteri di riconoscimento risultano radicalmente diversi, fondati su una logica di appartenenza e di asservimento. Quali fattori possono propiziare – ma comunque mai determinare – una deriva nepotistica, clientelare, corruttrice nel mondo universitario? Il primo è la debolezza (nel peggiore dei casi, l’assenza) dei parametri “oggettivi” utili a valutare la qualità del lavoro scientifico, un limite che caratterizza le discipline umanistiche (tra cui il diritto).

Un altro elemento di rischio si ricollega invece all’ampiezza del settore disciplinare: quanti più docenti sono coinvolti nelle intese spartitorie, tanto più complicato è negoziarle, contemperare le diverse esigenze, farle osservare. Rileva un docente: “Anche io mi son piegato a certi baratti per poter mandare avanti i miei allievi. Ero ingenuo all’inizio”, ma “la logica universitaria è questa… quindi purtroppo è un do ut des”. Le intercettazioni confermano che le intese stipulate fra troppi pretendenti possono risultare precarie e instabili, al punto che l’ex ministro Augusto Fantozzi – parrebbe scherzosamente – invoca a un certo punto l’esigenza di istituire una “nuova cupola”, ossia “di trovare persone di buona volontà”, che “ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia dei futuri concorsi”.

Un ultimo elemento, sicuramente presente nel caso dei docenti di diritto tributario – e che accresce il rischio di simili dinamiche corruttive in altri settori dalle caratteristiche analoghe. Molti tra i docenti coinvolti nell’inchiesta sembrano identificarsi nel loro profilo professionale piuttosto che in quello accademico: sono tributaristi di grido, titolari di studi avviati da cui ricavano redditi incomparabilmente superiori a quello di docenti, i loro allievi da promuovere sono prima di tutto soci o collaboratori (o galoppini) in ambito professionale.

E’ prevedibile che in quelle cerchie i criteri di riconoscimento sociale positivo della qualità del lavoro scientifico si facciamo labili, rimpiazzati da criteri alternativi, associati piuttosto al successo nell’ascesa professionale. La carriera universitaria risulterà così strumentale a certificare la qualità delle prestazioni in veste di professionisti, accrescendone il valore di mercato (ossia l’ammontare delle parcelle), mentre lo stesso potere accademico verrà esercitato come contropartita di scambio per fare favori e maturare crediti – anche nei confronti dei propri “allievi” – da spendere e far valere soprattutto in ambito professionale. Anche per questa via, la corruzione nell’università e il malaffare nel settore privato si intrecciano in profondità, alimentandosi a vicenda.