LUBIANA – La Slovenia è verde come l’Austria e grande quanto il Veneto. Geograficamente già ai margini dell’impero di Tito sembra che, almeno nella capitale Lubiana, sia in atto un processo per dare una bella mano di vernice ai tempi del comunismo della Jugoslavia, sostituendolo con un più redditizio perenne tour operator. Il piccolo borgo antico acciottolato, che vorrebbe somigliare a Praga, ha ancora una sua anima, cosa che lungo il fiume, tra ristorantini e bar, tra i tanti ponti (quello dei macellai e quello dei draghi su tutti), si sta perdendo. Anche il Castello (nel ’15-’17 furono carcerati gli italiani provenienti dal fronte sull’Isonzo) che domina dall’alto la città nella sua imponenza ha perso la storia e adesso è completamente restaurato al sapore di posticcio. In questo contesto “carino”, per gite organizzate e turismo di massa per famiglie e gruppi anziani, è nato e continua a muovere i suoi passi nel teatro contemporaneo il festival “Mladi Levi”, alla 20esima edizione, letteralmente “giovani leoni”, quasi a sottolineare la distanza e la frattura con il resto impomatato e borghese. Già il nome del gruppo, tutto al femminile, che lo gestisce chiarisce i connotati: si chiama, infatti, Bunker e ha sede in un’ex centrale elettrica, maestoso agglomerato di mattoni rossi, bulloni, caldaie e acciaio che idealmente ed esteticamente lo avvicina al festival trentino Drodesera nella centrale di Fies.

Scelte coerenti, lavori convincenti, consapevoli, battaglieri, passionari, soprattutto politici. E’ il caso della performance per un solo spettatore alla volta che il libanese Basel Zaraa ha intavolato con il suo “As far as my fingertips take me” dove si era invitati a mettere un braccio dentro un buco (una sorta di “glory hole” da club privè, simile alla pellicola “Irina Palm”) mentre dall’altra parte l’artista disegnava sopra la pelle storie con un pennarello nero. La sua storia di migrante che raccontava anche in cuffia dove miscelava parole e rap. Infilare la mano dentro lo sconosciuto, l’ignoto, il buio ha in sé quell’acre che sa di operazione chirurgica, la curiosità si mixa alla paura come fosse una ghigliottina da legge del taglione. Qui la sua autobiografia viene riportata su braccio, mano e impronte digitali come tatuaggio. E li vedi davanti a te materializzarsi confini, border, hot spot, rifugiati, campi profughi, fili spinati nella tua opera d’arte letteralmente a portata di mano. E ne esci “sporco” di vita, “macchiato” d’attualità e umanità.

Su questo filone impegnato anche “Anarchy” a cura della compagnia catalana (giorni scioccanti questi) Societat Doctor Alonso dove si contravvengono le regole del teatro: qui si può far rumore, anzi si deve far confusione, creare caos. Ad ogni sedia è abbinata una chitarra elettrica bianca e associata una cassa. Ogni spettatore può strimpellarla all’infinito, darci dentro con plettro e polpastrelli, sudarla come Slash, argomentarla come The Edge, fenderla come Jack Frusciante, suonarla sulle ginocchia come Eddie Van Halen o Ben Harper, carezzarla come Prince o Santana, violentarla come Jimi Hendrix, amoreggiarci come Eric Clapton o BB King, grattugiarla come Giorgio Canali.

Sta proprio qui il nodo; mentre la performer Semolina Tomic (provocatoria come La Fura dels Baus o Leo Bassi), la direttrice croata del teatro Antik di Barcellona, parla di libertà d’espressione, s’interroga su lotta di classe e potere, cita Orwell ed Hemigway, mentre sta dinoccolata, aperta come l’uomo vitruviano, lei giunonica a terra come bambola snodabile, la faccia giù prona, sconfitta, schiacciata, il pubblico (quaranta a sera), come bambini disturbanti per una jam session ruvida, come neofiti rockstar mancate, ci dà dentro con lo strumento a sei corde. E’ questo il punto da sciogliere, due le soluzioni: o suonare tutti talmente forte da coprire le parole che faticosamente dal palco tentano di uscire o, atto ancora più rivoluzionario, smettere e cessare di scartavetrare la Fender e finalmente tendere l’orecchio. Se dai una pistola a una scimmia questa proverà a sparare, per gioco o inconsapevolezza. E’ questa la differenza con l’uomo che può scegliere di non fare una cosa che gli viene suggerita e proposta dall’alto, di non farsi trascinare nel trash soltanto perché gli viene data la possibilità di caderci. Decidere di non sottostare a questo bisogno indotto dal Lucignolo di turno, di non fare per una volta il Pinocchio che cede ad ogni tentazione; forse è questo il gesto più ribelle che si possa fare oggi: ascoltare.

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