Ed ecco la seconda proposta editoriale con incipit, brano scelto dall’autore, ipotesi di quarta copertina e breve biografia, in tutto 5.400 battute. Qui la prima puntata. Buona lettura e buone cose a tutti.

Piccole vite infelici
di Stefano Labbia*

Incipit

Aveva appena compiuto quarant’anni, E. era da tutti soprannominato Caio Sano. Caio perché ricordava, seppur di origini toscane, un romano verace, sguaiato, contraddittorio e pigro. Sano perché si professava un ateo – che ce l’aveva col mondo intero – e dunque, secondo la sua coscienza, era uno dei pochi sani in un pianeta di pazzi. Caio aveva problemi di fiducia in se stesso, un po’ come tutti, direte voi.

Ecco, suoi problemi, però, erano un pelino più gravi. Seri. Forti. Radicati nel suo dna. Era perennemente dominato da uno stato di agitazione quotidiana e ciò aveva avuto risvolti anche sulle sue condizioni di salute. Accanito fumatore, acquistava pacchetti di tabacco sfuso e, seduto in un angolo, si rollava le sue sigarettine, che fumava a distanza di qualche minuto, una dopo l’altra. Amava il cinema, Caio. Il mondo dello spettacolo un po’ meno.

Era un uomo alto, dinoccolato, si sarebbe detto un tempo, e magro. Salvo per il ventre prominente che pendeva all’ingiù, sino a formare una grossa piega di pelle tremula. Scherzando, Caio diceva a tutti che i suoi erano addominali. Solo un po’ “sblusati”. E, fumava e beveva cappuccini rigorosamente bollenti. Da ustione al palato. Talvolta, assieme, vi mangiava biscotti o brioche. Ma solo se costavano meno di un euro.

Caio amava il cinema e scriveva di cinema. Aveva un piccolo blog online che aggiornava saltuariamente, pubblicandovi articoli e recensioni che scriveva per conto di un sito specializzato. A stento riusciva ad arrivare alla fine del mese, trascorrendo gran parte del suo tempo in una casa a lui donata dai suoi genitori, in pieno centro a Roma. Quarant’anni. Aveva abbandonato l’università – facoltà di Scienze della Comunicazione, indirizzo spettacolo – a quattro esami più la tesi. Aveva deciso, Caio, che studenti, professori, docenti e personale scolastico erano tutti delle teste di cazzo.

Brano del manoscritto scelto dall’autore

Maya aveva un turno di lavoro devastante: dalle 9.00 alle 19.00. Aveva però un buono stipendio mensile, che le permetteva di vivere tranquilla e pagare tutti gli impegni presi. La giovane conviveva con altre due persone in un enorme appartamento in zona San Lorenzo: i coinquilini erano un giovane originario del Nord Italia, che non c’era mai perché sempre in viaggio, e quella che era divenuta la di lui compagna, di origine polacca e da tutti soprannominata impropriamente Kalinka.

La giovane straniera era psicologa laureata e ciò, quando non era oggetto di scherno, era fonte di “consulenze” da parte di amici, conoscenti, mezzi conoscenti e parenti. A causa di questo, il suo telefono squillava notte e giorno, ma lei ne era felice, in qualche modo: era per quello che aveva scelto la sua professione. Per aiutare gli altri, sostenerli. E affogarli di medicine, quando sarebbe servito. Dopo le liti sul set, Maya chiese a Kalinka di far internare Caio per i suoi ripetuti scatti d’ira e per la sua bestemmia facile. Kalinka credeva che scherzasse, l’aveva presa a ridere.

Maya invece era terribilmente seria. Solo dopo un primo momento di imbarazzo, la ragazza del Sud scoppiò in una fragorosa risata e si salvò così in calcio d’angolo. Kalinka non amava il gossip ed era super partes in ogni situazione: dava la sua opinione solo dopo aver fatto un’analisi chiara e dettagliata del problema e della situazione a lei posta, nel modo più obiettivo possibile. Poi diceva la propria. E a mente lucida la persona che le stava davanti e che le aveva chiesto aiuto si sentiva compresa, capita. Rilassata. Kalinka riceveva molti abbracci e molti baci sulle guance ogni giorno. Kalinka era felice, fondamentalmente. Eppure sentiva che le mancava qualcosa.

Quarta di copertina

Esistenze frenetiche, convulse. A tratti gelide, prese da affanni e logorate dalla vita moderna, prevalentemente vissuta tramite mezzi meccanici ed elettronici. Forse alla fin fine, vuote. Troppo occupate a fare e non a vedere. A creare, a lavorare, a guadagnare e non ad amare. Ne se stessi, né gli altri.

*Stefano Labbia, classe 1984, è un giovane autore italiano di origine brasiliana. Nato nella Capitale, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, “Gli orari del cuore” nel 2016 per la casa editrice Leonida. Nel 2017 ha dato alle stampe la sua seconda silloge poetica dal titolo “I Giardini Incantati” (Talos edizioni). E’ inoltre presente in: “Un penny dall’inferno” (Senso inverso edizioni – 2017 – raccolta di racconti horror di autori vari); Antologia poetica “Versus Sulmona 2016 – 2017” Lupi editore (autori vari); Antologia di racconti “Oceano di carta 2017” (Senso inverso edizioni – 2017); Antologia racconti e poesie “Una città che scrive” 2017 (Associazione “Una città che…”).

stefano.labbia@live.it

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