Il quartiere è teatro di singolari vicende che entrano silenziosamente a far parte di un territorio di pubblico dominio, trasformando qualsiasi diversità in nuove e spesso inverificabili leggende metropolitane. Il fascino di ogni leggenda cresce con il trascorrere del tempo e con il moltiplicarsi di testimoni più o meno credibili ma tutti ascoltati con voluttà.

Una delle vicende più popolari relative alla via nella quale abito è talmente semplice da sembrare la narrazione di atti e pensieri comuni, tipici di ogni essere vivente. In realtà quella che sto per descrivere è una realtà che dura da oltre vent’anni e sembra che chi la vive quotidianamente continuerà a esserne protagonista per tutta la vita.

Ogni mattina, puntuale come gli astri del cielo, una donna magra ai limiti della sopravvivenza, avvolta in un cappotto consunto, entra nell’unico portone sempre aperto della via, rimane immobile qualche minuto, si fa il segno della croce, poi esce e cammina sorridendo verso il portone della banca.

Si ferma esitante di fronte alla grande maniglia di ottone, estrae un panno e dalla tasca laterale una piccola bombola azzurra. Dopo aver spruzzato del liquido sulla maniglia, peraltro già lucente, la strofina a lungo col panno e rimane incantata a osservarla. Poi, sicura di aver compiuto un intervento impeccabile, arretra di un passo e sorride.

A dire del fioraio, esperto in tutto ciò che accade nel quartiere, proprio alla fine del primo mese di lavoro in banca, il figlio era morto di infarto e, da allora, la donna lucidava ogni mattina la maniglia di ottone, pensando che il suo ragazzo, all’uscita, sarebbe stato fiero di lei: “E un modo suo per continuare a vivere. Suo figlio è morto vent’anni fa”. Quelli della banca, insinua ammiccando il fioraio, chiudono un occhio e lei, puntuale, prima che entrino gli impiegati, ogni mattina regala loro lo splendore di quella maniglia.

Intuito il mio interesse per la vicenda, il fioraio mi rivela che il venerdì nel tardo pomeriggio, la donna viene di fronte alla banca ad assistere all’uscita stanca e frettolosa degli impiegati e dei dirigenti. Rimane in attesa tutta la sera, a volte tutta la notte, nella speranza che prima o poi esca anche il figlio.

Venerdì scorso mi sono seduto sulla panchina di fronte alla banca e sono rimasto in attesa. Gli impiegati uscivano a frotte, alcuni discutendo animatamente. Altri si muovevano quasi danzando disponendosi a godere ogni istante del fine settimana. Verso il tramonto ho visto arrivare la donna, leggermente curva in avanti, come se cercasse in quel modo di risultare invisibile. Poi invece di dirigersi verso la banca, è venuta a sedersi proprio accanto a me.

“Buonasera”, ho mormorato. La donna è rimasta immobile.
Dopo un lungo silenzio, con una voce limpida da adolescente, mi dice: “Sono usciti tutti? Ha visto per caso un bel ragazzo biondo con un cappello marrone?”.

“Sì, ho risposto io. E’ uscito per primo, sembrava contento”.

“E’ mio figlio”, ha mormorato fiera la donna e, grazie a me, si è avviata sicura di raggiungerlo al più presto.

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