Non dovremo stupirci quando scopriranno che gli attentatori di Londra avevano precedenti penali; erano finiti in carcere e lì, in detenzione, hanno riscoperto di “essere musulmani”. Una volta usciti, il fallimento delle loro vite l’hanno imputato al sistema. Poi all’Occidente che – hanno pensato – non ha voluto accettarli perché figli di musulmani: l’occidente odia l’Islam, odia loro.

E allora loro, che di Islam non hanno mai saputo nulla, né hanno mantenuto un legame stretto con i loro paesi di origine, hanno riempito un vuoto – quello della loro identità – indossando i vestiti della loro appartenenza: quella religiosa, messa sotto attacco dallo sguardo dell’altro.

E’ un copione che si ripete quello del fenomeno della radicalizzazione. I terroristi, da Charlie Hebdo fino a quelli di Manchester, hanno affrontato lo stesso percorso psicologico e umano. Questo vuoto, quello del fallimento, che accomuna tutte queste persone, è stato riempito con la violenza scatenata contro lo Stato, ieri contro la città di Londra – governata da un sindaco musulmano, Sadiq Khan, a cui tutto è imputato.

Noi, comuni cittadini, dobbiamo fare i conti con un’Europa che comincia ad assomigliare al Medio Oriente, dove da decenni i cittadini di quel posto – che è parso esotico e lontano anni luce da noi – fanno i conti con le uccisioni sommarie dei regimi arabi e del fondamentalismo religioso. Ma non ci è mai davvero interessato, mentre eravamo stesi a prendere il sole a Sharm el Sheikh. Forse oggi, in un’epoca di stragi, è il momento di capire che ricostruire il legame con la sponda sud del Mediterraneo è l’unica maniera che abbiamo per salvarci.

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