Sono otto anni che mi occupo di relazioni violente, in modo più specifico con gli uomini autori di maltrattamento domestico, ma, non di rado, mi è capitato di incontrare, conoscere e lavorare con donne che la violenza la subivano e ne ho invece visto altre utilizzare il loro “potere” abusandone, mentre erano degli uomini a subirla.

Constatare e provare a “riparare” gli effetti di un comportamento abusivo fa parte del mio lavoro, passare al setaccio i miei comportamenti, le mie reazioni e i loro effetti su chi ho di fronte è stata una conseguenza naturale. Che gran fatica e confusione! Intendiamoci, in tanti contesti, la violenza è chiara e non opinabile, ma soprattutto di fronte all’abuso psicologico, i confini possono essere sfumati.

Sul banco degli imputati c’è la percezione, essa è soggettiva, ma in grado di sovvertire l’oggettivo con una facilità impressionante. La paura, nelle relazioni, la conoscono tutti, chi ci lavora dovrebbe non solo riconoscerla, ma rimandarla al mittente, purtroppo i rapporti di forza che si instaurano non sempre lo permettono, questo fa crescere la rabbia. Chi ha potere, chiunque sia, avrà sempre la tentazione di utilizzarlo, scegliere di non farlo fa la differenza. I rapporti paritari spaventano, nel conflitto, bisogna farsi valere per quello che si è, non per quello che si ha.

Credo che le operatrici e gli operatori che si occupano di un tema così complesso e pervasivo siano spesso chiamati a interrogarsi, nel loro intimo, sui propri comportamenti e su quelli che ricevono, nell’ambito della loro vita professionale e non. Nel momento in cui si ha chiaro come sia semplice non riuscire a controllare la propria rabbia, ferire l’altro e scivolare in comportamenti punitivi, per la voglia di accaparrarsi il diritto alla ragione, si entra in un mondo di domande senza chiare risposte. L’operatore e l’operatrice esperti sanno riconoscere la violenza, quando la vedono negli altri, ma, quando coinvolti in prima persona, questo è più difficile.

La mia “soluzione” personale, in un momento di confusione, rispetto a quello che stavo agendo e subendo, è stata tornare in terapia. Questo mi ha permesso di comprendere maggiormente come la mia formazione personale non può esulare dal mettermi costantemente in discussione con l’aiuto di un professionista altro da me.

Diffidare di me stesso, di quello che penso e di quello che sento è il primo passo per dargli forza e legittimità. E’ il sentirsi sicuri che frega, quando si lavora tanto su di una tematica, si diventa automaticamente considerati esperti e si può sviluppare una pericolosa dipendenza dai propri parametri di riferimento, invece è bene, periodicamente, smontarli e riassettarli. Facile a dirsi, meno a farsi, come tutte le cose per le quali vale la pena di spendersi, ma è solo in quel modo che il termine esperto acquista davvero una validità che non sia  autoreferenziale o data dal semplice tempo trascorso a lavorare su qualcosa, quantità non è qualità.

La formazione è valida se insegna a uscire dalle zone di comfort. I parametri imposti dall’esterno sono essenziali (una buona formazione non può garantire un buon lavoro, figurarsi non averla), ma non sono tutto.

Lavorare sulla violenza insegna come violare le proprie convinzioni più radicate. Le operatrici e gli operatori svolgono un compito faticoso, di una difficoltà immane ed è facile scoraggiarsi o chiudersi nella propria autoreferenzialità. E’ una cosa profondamente umana cercare la comodità nelle cose, ma le difficoltà rimangono le migliori insegnanti di sempre.

Scrivendo questo, la mia speranza è quella di intercettare i pensieri e le emozioni dei colleghi che, a vario titolo, si occupano di maltrattamento domestico. Quello che si può insegnare passa necessariamente attraverso quello che l’altro è disposto ad apprendere.

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Vignetta di Pietro Vanessi

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