“Voglio che siano costruite nuove industrie qui per vendere le macchine qui”. Con questo tweet Donald Trump ha accolto alla Casa Bianca il CEO di Ford, Mark Fields, quello di Fiat Chrysler Sergio Marchionne e di General Motors Mary Barra; e ha ripetuto quello che sta ripetendo da giorni all’industria e al mondo degli affari: “Io vi taglio regolamentazioni e corporate tax. Voi però restate a produrre negli Stati Uniti, se non volete subire penali severe”.

L’incontro alla Casa Bianca con l’industria di Detroit ha preceduto di poco la firma di nuovi ordini esecutivi, che prevedono la ripresa della realizzazione dei due oleodotti – il Keystone XL e il Dakota Access – bloccati dall’amministrazione Obama. Prima di ricevere i big dell’automobile, Trump aveva incontrato un altro gruppo di businessmen, tra cui i CEO di Tesla, Under Armour e Dow Chemical.

Per tutti, il messaggio è stato lo stesso: “Penso che possiamo arrivare a tagliare le regolamentazioni di almeno il 75%. Forse di più – ha spiegato Trump -. Quando cercherete di allargare i vostri impianti, quando Mark (Mark Fields di Ford ndr) chiederà di costruire qualcosa di davvero massiccio… vi assicuro che otterrete i vostri permessi in modo davvero veloce”. Dal nuovo presidente è arrivata un’altra dichiarazione che suona come una benedizione per i costruttori di automobili: “I nostri amici che vogliono costruire fabbriche negli Stati Uniti perdono anni e non riescono a ottenere i permessi relativi al rispetto dell’ambiente… E’ pazzesco. Io, in senso largo, sono un ambientalista. Ci credo. Ma l’ambientalismo è fuori controllo”.

La contropartita che Trump chiede in cambio della deregulation selvaggia è però chiara: mantenere produzione e lavoro negli Stati Uniti. Altrimenti, le tariffe di importazione per le auto potrebbero salire al 35%. Il messaggio è stato molto chiaro in un altro tweet (lo strumento di espressione prediletto da Trump) lanciato domenica: “Industria dell’auto e tutti gli altri, se volete fare affari nel nostro Paese, dovete tornare a produrre qui da noi. VITTORIA!” Nelle stesse ore, Trump rafforzava il messaggio di isolazionismo economico con lo stop al TPP e con l’annuncio di voler rinegoziare il NAFTA (al momento, si tratta di misure ancora in larga parte di facciata: il TPP non è mai stato approvato dal Congresso ed era un accordo ormai morto; quanto al Nafta, né Trump né i suoi consiglieri hanno davvero detto come pensano di rinegoziarlo).

La risposta dell’industria dell’automobile a Trump è stata per ora ambigua. Da un lato, c’è stata un’apertura di credito: Ford ha cancellato un’industria per l’assemblaggio da 1,6 miliardi di dollari in Messico e ha annunciato che spenderà 700 milioni per allargare un’industria in Michigan. GM e Fiat Chrysler hanno promesso investimenti per un miliardo di dollari negli Stati Uniti (sebbene l’annuncio è stato dato prima del voto di novembre). Le tre aziende continuano però a produrre all’estero, e non sembrano per il momento avere intenzione di smobilitare. Ford assembla le proprie Focus a Hermosillo, in Messico, dove costruiscono già Fusion e Lincoln MKZ. GM ha annunciato nel 2014 investimenti per 5 miliardi in Messico entro il 2018, e per il momento non sembra intenzionata a venir meno alla promessa (proprio GM, il giorno prima dell’incontro con Trump, ha chiuso due impianti in Ohio e Michigan e mandato a casa duemila lavoratori). Quanto a Fiat Chrysler, sono sette le sue strutture produttive a sud del confine.

Ecco perché la risposta dell’industria dell’automobile a Trump è stata cortese, ma tutt’altro che allineata. “Siamo felici di poter lavorare con il presidente”, ha detto Mark Fields. “Si tratta di una grande opportunità”, ha spiegato Mary Barra; ma Sergio Marchionne, dopo l’incontro, ha fatto sapere ai giornalisti che Trump non ha offerto alcun dato concreto sulle regolamentazioni che intende tagliare. Il fatto è che i tre automaker potrebbero avere serie riserve sulla costruzione di nuove strutture produttive negli Stati Uniti, un mercato al momento saturo e senza grandi possibilità di espansione.

Il vero tema, per i Big Three, resta comunque quello degli standard di fuel efficiency, di risparmio nel consumo di carburante, e dell’allineamento delle norme tra “Environmental Protection Agency” (più severe) e “National Highway Traffic Safety Administration”. A inizi dicembre l’“Alliance of Automobile Manufacturers”, il gruppo che rappresenta General Motors, Toyota Motor, Ford Motor, Volkswagen e Daimier, ha cercato di bloccare gli sforzi dell’EPA per riaffermare le attuali regole sulle emissioni delle automobili (regole che hanno condotto all’accusa ad oltre 100mila veicoli di Fiat Chrysler di aver goduto di un software che permette livelli eccessivi di emissioni).

Lo scambio potrebbe dunque essere questo: promessa di investimenti negli Stati Uniti, in cambio di regolamentazioni meno severe. E’ lo scenario che un analista di Barclays, Brian Johnson, ha prefigurato in una nota in cui spiega che “gli automaker saranno disponibili ad arrivare a un accordo che riporti posti di lavoro negli Stati Uniti (non è chiaro se attraverso un atto volontario o l’imposizione di dazi doganali), in cambio di un rallentamento negli standard di fuel efficiency”.

In attesa che la situazione si chiarisca, Trump ha comunque firmato un paio di ordini esecutivi che promettono di scatenare una guerra senza quartiere con gli ambientalisti. Gli atti siglati dal nuovo presidente spianano la strada alla costruzione da parte di TransCanada dell’oleodotto Keystone XL (che porterebbe il petrolio da Alberta, Canada, fino in Nebraska, per collegarsi poi con un oleodotto già esistente diretto in Illinois); a Energy Transfer Partners si dà invece il via libera per il completamento della parte finale del Dakota Access. Per entrambi i progetti era arrivata la scure di Barack Obama, che nel 2015, dopo sette anni di riflessione, aveva annullato il Keystone XL; lo scorso dicembre era stato bloccato anche il Dakota Access, grazie alle proteste degli ambientalisti e degli Standing Rock Sioux.

Ora Trump cancella le regolamentazioni ambientali di Obama (la preoccupazione, per quanto riguarda il Keystone XL, era che il petrolio estratto dalle sabbie bituminose del Canada causerebbe emissioni superiori del 17% per ogni barile prodotto) e riapre la corsa al petrolio – precisando comunque che le condizioni della costruzione degli oleodotti devono essere negoziate con gli Stati Uniti. Anche in questa misura, il presidente instilla una buona fetta del suo protezionismo economico. I materiali per la costruzione degli oleodotti dovranno essere acquistati da compagnie americane.

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