I gravi disordini sociali che si stanno consumando a Torino non sono diversi da quelli che si consumano in altre periferie italiane. E’ solo che non se ne parla. Perché… è meglio così.

Le periferie delle grandi città sono il fallimento delle recenti politiche e pure di certi commentatori ormai troppo snob per provare a vedere con i propri occhi come stanno le cose. La mia redazione si trova nella periferia est di Milano e assai spesso mi ritrovo a incrociare i vialoni Monza, Palmanova, Leoncavallo, Padova. Quindi so di cosa parlo, ho la curiosità del cronista e ancor più la disperazione del pendolare che ha scoperto il mosaico di strade che da Cormano mi porta a piazza Udine (ciò per evitare di pagare sempre tre caselli autostradali all’andata e tre al ritorno). Di giorno e di sera lo scenario non cambia. Le periferie restano periferie e non è difficile capire le ragioni delle proteste.

La periferia diventa ghetto quando il senso della banda sostituisce il senso della comunità, quando la legge del più forte diventa l’unica legge che vale. L’esercito non servirà né a Milano né a Torino fintanto che non è chiaro il senso civico dei luoghi e degli spazi. Fintanto che una politica delle case popolari non troverà seriamente spazio sull’agenda delle istituzioni. Non è ammissibile che bande di “autosceriffi” operino sgomberi, affidino alloggi e ne garantiscano un diritto all’uso solo perché chi dovrebbe farlo non è più in grado di farlo.

La guerra tra ultimi e penultimi è la stessa guerra sociale per un lavoro e non un lavoretto, per una casa e non una graduatoria, per un posto all’asilo o a scuola e via discorrendo. Gli scontri nelle periferie o delle periferie sono il pus di una precarietà sociale. Qui si confonde il razzismo con l’intolleranza, con l’insofferenza, con l’esasperazione. Questi ultimi sentimenti sparirebbero se la politica offrisse una via d’uscita, offrisse delle politiche sociali.

Il tempo delle riflessioni dovrebbe essere finito, ora è il tempo dell’azione. Anche perché la politica quando si sottrae alla decisione – cioè all’azione – non ha più senso, diventa surrogato dei talk show.

Le periferie da terra di nessuno sono diventate terre di alcuni per effetto della legge del più forte. Nessuna sorpresa se, in questo vuoto, alcuni cittadini volessero convogliare sotto il cartello della Lega o di CasaPound o di altre sigle di destra il cui muscolarismo politico assurge a manifesto programmatico. La sinistra ha perso voti proprio qui, nelle periferie. La sconfitta a Torino di Fassino è la sconfitta nelle periferie.

Ho da poco ultimato la lettura di un bel libro di Federico Rampini, “Il Tradimento” dove emerge un mea culpa anche a proposito del corto circuito creato da globalizzazione e immigrazione. “Il tradimento delle élite si è consumato anche quando abbiamo difeso a oltranza ogni forma di immigrazione, senza vedere l’enorme minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico; quando abbiamo reso omaggio, sempre e ovunque, alla società multietnica, senza voler ammettere che questo termine in sé è vuoto”. Giusto, commento io. E non mi interessa mettere a credito un generico “però noi l’avevamo detto”. Chi se ne importa stare dalla parte di chi aveva visto giusto quando poi il senso della comunità si disgrega innescando una bomba sociale potente.

Come si può pensare che la gente debba solo sopportare un disagio costante, frequente? Che senso ha parlare di valore dell’accoglienza quando tutti gli altri valori sono abbattuti?

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