Ci si domanda spesso quale sia lo stato o la condizione della poesia contemporanea in Italia (i giovani poeti son bravi? Quanto vende la poesia? Chi legge la poesia?), e lo si fa in un modo spesso così superficiale, da finire inevitabilmente nelle secche di un faccia a faccia che poco ha da invidiare a certe partigiane discussioni da Bar Sport.

Ci si domanda molto meno, invece, di cosa discutano oggi i poeti italiani, quali siano i problemi formali che la contemporaneità imporrebbe loro, qual è la funzione della poesia, come la critica stia affrontando il presente.

Poco male, perché, in ogni caso la risposta sarebbe desolante: da decenni ormai la poesia italiana non prova la scossa salutare di un vero dibattito, da decenni la poesia italiana (o almeno buona parte di essa, facitori di versi e studiosi) sembra accontentarsi della riedizione epigonica del già detto e del già fatto, riducendo lo spazio della discussione all’analisi della capacità di questo o quello di avvicinarsi di più e con maggiore perizia a questo o quel modello, ormai parimenti museale.

Non è della mancanza di litigiosità che mi rammarico, ovviamente, quanto di quella di un confronto, che, se manca, è testimonianza di acquiescenza o rassegnazione, non di tolleranza o apertura.

Ciò che latita è proprio il coraggio di porsi le domande critiche e dirimenti, quelle che metterebbero in crisi l’esistente, che lo costringerebbero a fare i conti con il futuro.

Forse è per questo, per quest’apatia indotta che ci garantisce dal rischio del futuro, tanto quanto dalla sua nostalgia, che può accadere che un’opera tanto vasta e importante quanto quella di quello che è oggi probabilmente l’autore più rilevante della sua generazione (e non solo), Gabriele Frasca, possa passare fondamentalmente sotto silenzio e soprattutto possa non innescare quel salutare dibattito della cui mancanza mi lamentavo prima.

Poeta, romanziere, traduttore, saggista, performer, Frasca da anni porta avanti un lavoro accanito, profondo, coraggioso, vastissimo, per indagare le arti del linguaggio e per realizzare opere che diano, per davvero, conto del presente, accettando tutti i rischi di questa scommessa.

Dalle raccolte di poesia (Rimi, Einaudi, o l’ultima uscita, Lame, L’Orma ed., di pochi mesi fa), ai romanzi (Dai cancelli d’acciaio, Sossella, è, imho, il miglior romanzo italiano degli ultimi dieci anni), ai saggi critici (dal fantastico La scimmia di dio, all’appena riedito La letteratura nel reticolo mediale, Sossella ed., al vasto lavoro d’indagine del romanzo che appena qualche settimana fa mandava in libreria il quarto di sette volumi dedicato allo studio degli autori più scomodi del secolo, Il rovescio d’autore, d’if ed.) alle performance multimediali (penso al recente Dei molti mondi, con i fidi Residante) ci si trova di fronte a un’opera possente, capace di aprire prospettive nuove come poche altre negli ultimi decenni.

Eppure Frasca pone domande cui nessuno dà orecchio.

Non voglio dire che Frasca sia ignorato dalla critica, o dagli addetti ai lavori, anzi sono convinto che, se facessi un breve sondaggio, tutti quelli cui mi rivolgerei nel mondo italiota delle lettere mi direbbero gran bene di lui, né – almeno per quanto riguarda il coté poetico – potrei dire che Frasca sia stato tenuto ai margini, visto che tre delle sue raccolte sono state pubblicate nella Bianca di Einaudi.

Né intendo sostenere che sia scandaloso che di Frasca non si parli, che non lo si recensisca come meriterebbe, piuttosto voglio affermare che Frasca è, in sé, scandalo, ma che di questo scandalo nessuno dà segno di accorgersi e chi ignora gli scandali sta provando ad esorcizzare il futuro.

In un’epoca in cui alla prosa si chiede solo di narrare, alla poesia solo di commuovere o divertire e alla critica soltanto di esprimere un’opinione di gusto, Frasca sperimenta forme inedite di prosa, chiede alla poesia di essere di nuovo capace di ‘memorabilità’, la performa e spiega le ragioni di questo suo essere prima di tutto evento, azione, espone con chiarezza come il contesto sia così mutato e tanto profondamente da imporre un rinnovamento radicale anche degli strumenti critici di analisi del testo e di ciò che è oltre e prima del testo.

Ce n’è a iosa per alimentare, non uno, ma decine di dibattiti e di polemiche…

Ma una sorta di muro di gomma respinge tutto questo, lo tiene in uno stato di latenza che si limita a registrare che Frasca è un ottimo poeta, uno studioso valoroso, un bravo performer.

Ma non è questa, mi sento di azzardare, la ragione dell’immensa fatica artistica e teorica dell’artista napoletano. Piuttosto la speranza di riaprire una vera riflessione sulla poesia, il rischio di tornare a discutere e a dividerci intorno alle forme, di riprendere a fare critica per davvero, in un’epoca e in una nazione in cui la filologia è diventata una sorte di ‘bene rifugio’, dove i suoi sempre più precari addetti trovano riparo alla mancanza di strumenti nuovi e del coraggio per costruirseli.

Se provassimo a porci davvero le domande che ci propone, se accettassimo di correre il rischio di una discussione autentica, forse potremmo ricominciare davvero a riflettere con profondità su ciò che è, o potrebbe essere, la poesia oggi e soprattutto domani.

Il problema, insomma, non è quanto sia bravo Frasca, piuttosto quanto saremo capaci noi di accettare le sfide che continua a porci. Smettendo di voltarci opportunisticamente dall’altra parte, facendo finta di nulla.

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