Dopo aver incassato la condanna a 6 mesi del patron di Esselunga Bernardo Caprotti, giudicato colpevole di diffamazione ai suoi danni, Coop Lombardia è stata però condannata in sede civile a risarcire il dipendente intercettato a sua insaputa. Ne dà notizia il Corriere della Sera, che riporta come il giudice Rossella Filippi abbia stabilito che l’azienda dovrà versare 30mila euro al lavoratore del suo punto vendita di Vigevano le cui telefonate private furono registrate e trascritte. Per poi finire, nel gennaio 2010, pubblicate su Libero. L’uso di impianti audiovisivi e apparecchiature per finalità di controllo a distanza viola, infatti, l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori. Uno dei decreti attuativi del Jobs Act, come è noto, ha modificato quell’articolo, ma il divieto rimane a meno che non ci sia un precedente accordo sindacale ad hoc.

La vicenda è la stessa al centro delle accuse nei confronti di Caprotti e dei giornalisti Gianluigi NuzziMaurizio Belpietro, condannati a loro volta a 10 mesi e 20 giorni per calunnia: nel 2004 il responsabile della sicurezza della Coop di Vigevano Massimo Carnevali aveva fatto installare un dispositivo in grado di conservare i numeri chiamati e registrare le conversazioni. Il 90enne fondatore di Esselunga, che a fine febbraio è uscito vincitore dalla lunga saga giudiziaria per il controllo del gruppo che l’ha visto contrapposto ai figli Violetta e Giuseppe, è stato condannato in quanto finanziatore di una “campagna diffamatoria” contro Coop perché, nella ricostruzione dell’accusa sostenuta dal pm di Milano Gaetano Ruta, ha acquistato dalla società Servizi d’Investigazione e Sicurezza il cd-rom con le telefonate illecitamente registrate.

Filippi, secondo il Corsera, ha ricostruito che Carnevali era presente all’installazione e alle prove di funzionamento del sistema di intercettazione, per cui “appare scarsamente verosimile che non si sia potuto accorgere che l’apparecchio registrava non solo i numeri di telefono ma anche il tenore delle conversazioni“. Di conseguenza scatta l’illecito contrattuale, che dovrà essere risarcito con 30mila euro. Il lavoratore ne aveva chiesti 400mila, ma il giudice ha ridotto la cifra perché l’installazione dell’apparecchiatura è caduta in prescrizione e i danni più gravi sono derivati dall’illecita divulgazione delle telefonate ad opera di Libero, non imputabile a Coop.

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