È cominciata la discussione parlamentare sulla legalizzazione dell’eutanasia, sulla legge di iniziativa popolare, 67mila firme, sepolta nei cassetti di Montecitorio dal 2013. E c’è una lettera aperta di Luciana Castellina, che fu compagna di Lucio Magri, Chiara Rapaccini, compagna di Mario Monicelli, Francesco Lizzani, figlio di Carlo, e Carlo Troilo, dirigente radicale dell’Associazione Luca Coscioni, che chiede al presidente dell’Istat Giorgio Alleva di ritornare a pubblicare i dati sul numero di suicidi causati da malattia come faceva fino al 2010.

Il fratello di Carlo Troilo, Michele, si gettò dal terrazzo di casa a 70 anni, consumato da una leucemia acutissima. Era il 2004. “Gli mancavano pochi giorni – racconta Carlo – ma non resse più alla perdita di controllo del suo corpo, la fece finita all’alba”. L’appello chiede di rendere di nuovo noti i dati dei suicidi per colpa di malattie terminali, “è importante che l’Istat – dice ancora Carlo Troilo – torni a pubblicarli ora che i deputati discutono delle proposte di legge sull’eutanasia”. Tuttavia, il 3 marzo, uscendo dalla Camera il radicale Marco Cappato ha spiegato: “Non ci eravamo fatti illusioni sull’approvazione di un calendario dei lavori. Si sono limitati alla lettura della relazione senza dibattito. I tempi sono lunghi. Continuiamo la nostra azione di disobbedienza civile aiutando le persone malate che ce lo chiedono ad andare in Svizzera”.

Questo il testo della lettera al presidente dell’Istat Alleva.
È iniziata alla Camera, presso le commissioni Giustizia e Affari sociali, l’esame delle varie proposte di legge in tema di scelte di fine vita presentate in questi ultimi anni, fra cui quella di iniziativa popolare depositata nel settembre del 2013 dalla Associazione Luca Coscioni, con 67mila firme di cittadini/elettori. I presentatori di questa proposta di legge ritengono che l’impossibilità di ricorrere legalmente alla eutanasia abbia come conseguenza, in molti casi, la decisione di cercare nel suicidio una “uscita di sicurezza”.

Questa convinzione trova una base di comprovata autorevolezza nelle tabelle dell’Istat sui suicidi in Italia, che fino al 2009 fornivano, assieme ad altre voci (maschi e femmine, Nord e Sud, livello culturale, mezzi di esecuzione), anche quella relativa al movente.

Dalla voce “movente” risultava – arrotondando le cifre – che su poco più di tremila suicidi l’anno, per oltre mille il movente erano le “malattie” (fisiche o psichiche): più delle “morti bianche” dei lavoratori, che giustamente suscitano nel Paese dolore e riprovazione. Un rapporto quantitativo molto simile si registrava per i tentativi di suicidio (più di 3.000), dovuti anch’essi, in oltre 1.000 casi, al movente “malattie”.

A partire dalle tabelle relative al 2010, l’Istat ha però deciso di eliminare la voce “movente”. In una nota dell’agosto 2012 (“I suicidi in Italia: tendenze e confronti, come usare le statistiche”) l’Istituto, partendo da “linee guida” dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, sottolinea la forza del fattore emulativo nel caso dei suicidi e raccomanda la massima cautela nella diffusione dei dati. Ci chiediamo se non sarebbe stato opportuno eliminare semmai la voce “modalità di esecuzione”, che per la sua obiettiva brutalità può più facilmente provocare fenomeni emulativi rispetto alla voce “movente”. E proprio in questa direzione ci sembra orientato uno studio recente dell’Oms. I deputati si troveranno ora privi della sola serie di dati che consentiva di ragionare non in astratto su una ipotesi che a noi, non “addetti ai lavori”, sembra degna di valutazione. Le saremmo grati se volesse consentire ai deputati di conoscere i dati degli ultimi anni sui moventi dei suicidi.

Luciana Castellina, Chiara Rapaccini, Francesco Lizzani e Carlo Troilo

da il Fatto Quotidiano del 4 marzo 2016

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