Cinema

The Walk, Zemeckis firma il film sulla passeggiata da vertigini di Philippe Petit

Il 3D del regista di Forrest Gump riesce a infondere una profondità di campo inversa rispetto alla solita e più banale tridimensionalità prospettica dell’oggetto che viene gettato in faccia allo spettatore, caso peraltro presente in una sequenza del film quando sfugge e vola nel vuoto un ingranaggio che regge la fune del funambolo

di Davide Turrini

Parola d’ordine: cavalletti. Così, in italiano, in mezzo a tanta lingua francese e americana. Perché sono gli unici punti saldi di The Walk, il nuovo attesissimo film di Robert Zemeckis, che esce in sala il 22 ottobre anche in una discreta versione 3D. La necessità di un punto fermo da cui partire riguarda l’appiglio, il meccanismo, l’elemento materiale di ferro e metallo che concede la minima stabilità alla fune su cui cammina da una vita Philippe Petit. Il funambolo francese che ha sfidato la legge di gravità, le luci dello showbiz e la morte.

Siamo agli inizi degli anni Settanta. Carrellata veloce sulle origini, l’adolescenza, e infine gli insegnamenti circensi per l’ancora giovane Petit. Le prime recite in pubblico nelle piazzette parigine con ancora clave e birilli, e le primissime attraversate da albero ad albero a nemmeno due metri d’altezza. Poi, prima la segretessima traversata delle due torri di Notre Dame ed ecco arrivare l’impresa, il “colpo”, come lo chiamano Petit e il suo gruppo di strampalati cospiratori. Gettare una fune tra la Torre Sud e la Nord delle Twin Towers ancora in costruzione nell’agosto del 1974 a New York. The Walk, la camminata, la passeggiata, il preludio all’avvicinamento tra cielo e terra dell’ardito e minuto Philippe, è soprattutto lì, in quello spazio sospeso, realmente in bilico sul vuoto. Ed è intanto sul vuoto sotto i piedi di Petit che il 3D di Zemeckis riesce a infondere una profondità di campo inversa rispetto alla solita e più banale tridimensionalità prospettica dell’oggetto che viene gettato in faccia allo spettatore, caso peraltro presente in una sequenza del film quando sfugge e vola nel vuoto un ingranaggio che regge la fune del funambolo.

Ulteriore sintesi visiva di un lavoro che osa sul limite dell’equilibrio dell’occhio e della percezione sensoriale riferita alla mancanza di terra sotto i piedi, è una sorta di inquadratura simbolo, una specie di semisoggettiva di Petit, quasi una figura intera di spalle dove il corpo dell’uomo accenna e prosegue i suoi passi sulla corda tesa tra i fu grattacieli abbattuti da Al Qaeda l’11 settembre 2001. Zemeckis invita a guardare giù, a invertire l’idea di una prospettiva abituata all’esplorazione dello spazio lateralmente a 360 gradi o a 180 gradi verso l’alto. The Walk nel suo artificio supremo cinematografico di un attore che non è mai salito nemmeno su un muretto per interpretare l’acrobazia di Petit è anche una favola, un biopic fiabesco di un ometto che vive per aria, che racconta dalla cima della Statua della Libertà cos’ha compiuto qualche metro più in là sopra le Twin Towers. Insomma è uno Zemeckis più spettacolare, a briglia sciolta sull’epopea del mito singolo che lega Forrest Gump a Cast Away. Verso il primo c’è anche un accenno di commento musicale pop rock dei primi anni Settanta che ricorda la colonna sonora del film del 1994 con Tom Hanks.

Poi c’è la fisicità di Philippe Petit, qui interpretato da un nervoso e ginnico Joseph Gordon-Levitt, che fa dell’essicazione del proprio peso specifico corporeo un tratto performativo distintivo e riuscito. Come del resto c’è l’esposizione mediatica di Petit, elemento storicamente curioso e realmente folle, fatto almeno nei primi tempi delle sue traversate in cielo tra silenzio e segretezza. Infine c’è la sorpresa e lo stupore dello spettatore di fronte all’eccezionalità del fatto. Proprio come quei poliziotti accorsi sul tetto del WTC per arrestare il funambolo ma che si fermano a bocca aperta ad osservarlo, mentre si tiene in equilibrio con quella lunghissima barra in mano, da un momento all’altro nel precipizio, eppure meravigliosamente in piedi. Privarsi della visione live di quel “fuorilegge” che dopo 60 anni continua a sfidare il peso del mondo sarebbe stato davvero un reato.

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