albert einstein 675Nella mia personalissima classifica dei fisici più interessanti, sul podio – naturalmente – metto Albert Einstein (ma non è al primo posto, in questo periodo al primo c’è Poincaré, e al secondo Schrodinger), anche perché rappresenta ormai la vera rockstar della fisica. Quest’anno la sua teoria della relatività generale compie cent’anni, e per quel che mi riguarda lo festeggio oggi con questo post (ma non solo, visto che il nuovo libro che sto scrivendo parla anche di lui, ma uscirà la prossima stagione).

Dunque, sfogliavo con molto gusto l’edizione di settembre di Scientific American, un numero strepitoso, interamente dedicato ad Einstein. Tutti sanno che cos’è la gravità. Un bambino di tre mesi è sorpreso quando rovescia un bicchiere pieno e vede cadere a terra il liquido contenuto dentro; un bambino di due anni sa che se un oggetto è in posizione precaria cadrà o meno a seconda della sua forma. I ragazzi studiano (male, studiano male, nel senso che questa è una materia che viene insegnata malissimo) che la gravità attrae tutti i corpi verso il centro della Terra. I più grandi, gli scienziati, arrivarono a pensare che la gravità è una forza di attrazione tra due masse. Poi è arrivato Albert Einstein. E nel 1915 ha rivelato nella sua teoria della relatività generale: la gravità non è una forza, ma il sottoprodotto di un universo curvo. In altre parole, ciò che pensiamo di sapere della gravità, dalla nostra esperienza quotidiana, è sbagliata.

La fisica del ventunesimo secolo insegue teorie dai nomi strani e meravigliosi come “M-teoria” e “universi di Sitter”. E molti di questi sforzi fanno riferimento alla spiegazione di Einstein, e come la gravità emerge dalla curvatura dello spazio-tempo.

Le idee di Einstein sono ancora quelle più studiate dai fisici di oggi. Migliaia di articoli pubblicati ogni anno fanno riferimento al suo ingegno. E la relatività generale sembra destinata ad essere la pietra miliare della fisica nei prossimi decenni. Quindi, Einstein è sempre intorno a noi. Ma non solo per la sua teoria.

Una delle pagine più belle dell’edizione di settembre del Scientific American è quella con le argomentazioni che spiegano il suo modo di ragionare. Einstein aveva un QI di 160 (per dire, quello di Bill Gates è un gradino sotto, quello di Freud è 156, quello di Ilary Clinton è 130….volevo aggiornare questa classifica, mettendo anche il mio: 157, l’ho fatto durante la mia laurea in fisica a Parigi, all’Ecole Polytechnique, beh, volevo che anche Freud sapesse che l’ho superato, una volta per tutte), la sindrome di Asperger, la fobia di contatti umani troppo ravvicinati, esigenze di continuo isolamento, e un cervello che non si fermava mai, anche sulle cose più “piccole” (anche se dire piccole è relativo).

E poi mi piace la pagina con le foto che lo ritraggono ovunque in giro per il mondo, nelle sue sembianze più strane: il pupazzo di Einstein che guida una barca, l’adesivo di Einstein su una canna da pesca, la borsa con Einstein in Svezia, la spilla di Einstein che tiene chiuso un vestito di una signora in Africa nera. Anch’io ho la mia: Einstein è una gigantografia sul muro di casa, mi aiuta nella scrittura del nuovo libro, ed è lì per proteggermi, per ricordarmi sempre la mia formazione, nelle vicende di tutti i giorni (per quel che mi riguarda, vicende di giornalismo e giornalisti che operano cattiverie e soprusi), mi serve molto. Lo consiglio a tutti. E siccome Einstein è ovunque intorno a noi, vi chiedo: il vostro Einstein dov’è?

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