Il 1992 è tornato. Non è la fantasia degli autori dell’omonima serie televisiva andata in onda su Sky, ma l’impressione di chi frequenta i corridoi dei palazzi del potere a Roma. E nei ministeri si fa resistenza a introdurre delle piattaforme per le segnalazioni – il cosiddetto whistleblowing – per timore dell’effetto che potrebbero avere: una valanga di denunce di qualità. Solo la presidenza del Consiglio dei ministri ne ha una, con 3mila utenti abilitati a segnalare. Altro che Paese dell’omertà: chi vuole denunciare c’è, quel che manca sono i modi per farlo senza rischiare di rimanere invischiati o finire distrutti dal “segnalato di turno”. Lo dimostrano i numeri di Allerta Anticorruzione (Alac), la piattaforma per segnalazioni anonime di Transparency International. È stata realizzata attraverso Global Leaks, un software finalizzato da Hermes, il Centro per la trasparenza e i diritti informatici, con sede in Italia.

Ormai piattaforme del genere esistono ovunque: dal Messico all’Africa subsahariana, dalla Serbia alla Tunisia. In Italia l’anonimato è un valore da proteggere: secondo una ricerca di Transparency, il 41% non segnala per paura di ritorsioni, una percentuale più alta rispetto all’Europa (29%) e al mondo (35%).
Le segnalazioni arrivate ad Alac sono 95 in poco più di sei mesi. A un anno dall’entrata in vigore delle legge Severino, la cultura del whistleblowing – “soffiare nel fischietto” – comincia piano piano a fare breccia. “E in generale sono segnalazioni ben circostanziate, importanti”, precisa Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia. “Il 1992 significa Milano, significa un pool di magistrati, significa solo i piani alti dell’apparato politico di una regione – aggiunge il membro dell’Advisory board di Transparency International Italia Michele Vitali -. Dopo 15 anni di riflusso, siamo tornati a una situazione di massima allerta. Oggi il livello di corruzione è meno tollerabile: sono tante le Procure attivissime e le tecnologie con base criptata sicura permettono a molte più persone di segnalare situazioni di rischio”.

I dati di Alac indicano che le due regioni che stano tirando la volata alle segnalazioni sono Lazio (21) e Campania (19), seguiti da Lombardia con 12, Puglia con 8 e Sardegna con 5. Assordante il silenzio di Piemonte e Liguria, che nonostante le grandi opere e gli scandali (come quello legato all’alluvione del 2014) ancora non hanno nemmeno un whistleblower.

Dei quattro segnalanti su dieci di cui è nota l’età, tre hanno più di 40 anni e oltre il 70% sono uomini, affermano i dati di Transparency International. Il 69% di chi segnala, o è venuto a conoscenza dell’illecito per il lavoro che svolge oppure è testimone diretto del fatto denunciato. In tre casi su dieci sono invece le vittime a parlare. In sei casi su dieci si tratta di possibili reati amministrativi, mentre nel 32% sono reati penali. E non sempre emerge immediatamente la corruzione.

Una volta partita la segnalazione, i “riceventi” di Transparency International ne verificano la correttezza. Se ci sono gli estremi per aprire un fascicolo, viene allertata la procura di competenza e così cominciano le indagini. “Ci sembra importante sottolineare come debbano essere accorciati i tempi per la protezione del whistleblower: se troppo lunghi si disincentiva la segnalazione”, sottolinea Del Monte.

La normativa sul whistleblowing è stata introdotta per la prima volta con la legge Severino, la 190 del 2012. Poi, a ottobre 2013, arriva la prima proposta di legge per normare nello specifico la segnalazione anonima e stabilire come proteggere il segnalante. Prima firmataria, la deputata del Movimento 5 Stelle Francesca Businarolo. Da allora i Cinque stelle hanno presentato un altro testo, scritto con Transparency International, che ha aggiunto come principale novità un meccanismo di premialità per chi denuncia: parte del ricavato dell’indagine andrà a chi ha fatto scoprire l’illecito. Di nuovo, il problema sono i tempi: “Proponiamo anche che con quanto si recupera dai casi di corruzione si possa costruire un Fondo per ripagare immediatamente il whistleblower che segnala”, aggiunge Del Monte. Il testo della legge è stato calendarizzato per una discussione alla Commissione giustizia della Camera, ma i tempi per l’approvazione finale sono ancora lunghi. Il timore che qualcuno possa sabotare la legge c’è, ma le piattaforme funzionano comunque.

Secondo Michele Vitali perché il meccanismo della segnalazione si sviluppi manca solo una maggiore diffusione delle piattaforme: “È solo questione di visibilità, di farsi conoscere”. La ricetta vincente pare essere la collaborazione tra ong e istituzioni: la presenza di un ente esterno è una garanzia per evitare che una segnalazione venga insabbiata.

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