Oggi si celebra la Giornata Mondiale contro la tortura, violazione estrema dei diritti umani che secondo Amnesty International si pratica ancora in 112 Paesi del Mondo. A distanza di quasi trent’anni dall’entrata in vigore della Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, l’Italia non ha ancora introdotto il relativo reato nel proprio ordinamento penale.

Vero è che l’aver sottoscritto quella Convenzione non è vincolante, ma altrettanto vero è che il nostro Paese dovrebbe assumersi questa responsabilità, anche alla luce del  fatto che l’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani e degradanti) e l’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani e degradanti) sono invece vincolanti per tutti gli Stati membri.

Non va dimenticato, inoltre, che l’assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento ha spesso condizionato l’esito di procedimenti giudiziari, sminuendo le responsabilità di taluni soggetti e mortificando le parti lese e i loro familiari.

Dopo tanti anni e infinite dichiarazioni di intenti mai portate a compimento, sorge il dubbio che manchi la volontà politica di fare questo passo. C’è sempre la scusa di qualche altra emergenza da affrontare e spesso ci si dimentica che i diritti umani non possono andare in deroga: è una questione di civiltà.

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